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domenica 8 novembre 2026

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INDUSTRIA

Tracciare la pelle per raccontarne il valore

La pelle costa di più all’acquisto ma nelle prove di laboratorio resiste più a lungo della similpelle, e nasce da uno scarto alimentare. Nella Valle del Chiampo, il più grande distretto conciario italiano, tracciabilità, ricerca e nuove generazioni possono trasformare la crisi in un’occasione.

Campionario di pellame
Campionario di pellame

Quando si confronta un divano, una borsa o un paio di scarpe in pelle con l’equivalente in similpelle, il primo dato che salta all’occhio è il prezzo. La similpelle in genere costa meno, perché è prodotta in serie depositando strati di plastica su un supporto di tessuto o di carta. Il conto però cambia se si guarda a quanto dura un oggetto, oltre a quanto lo si paga il giorno dell’acquisto.

Nel 2021 uno studio dell’istituto tedesco FILK, rilanciato da UNIC, ha confrontato la pelle con nove materiali venduti come alternativi, rilevando che la pelle resta superiore nella resistenza alla flessione e allo strappo e nella traspirabilità, e che un noto materiale "di cactus" conteneva il 65% di poliuretano. Le prove pubblicate dalla Stazione Sperimentale per l’Industria delle Pelli nel luglio 2026 confermano la pelle come riferimento per resistenza e durata, pur ricordando che la scelta del materiale dipende dall’uso e dall’intero ciclo di vita. Un prodotto che dura di più si sostituisce meno spesso, e alla lunga può costare meno.

C’è poi la questione di dove vanno a finire questi materiali. La similpelle deriva da materie prime fossili e, quando si consuma, si sfoglia o viene buttata, lascia nell’ambiente plastica che si degrada molto lentamente. Una tesi di laurea magistrale dell’Università di Padova, dedicata alle microparticelle di poliuretano rilasciate dalle suole delle scarpe da trekking, mostra che questo polimero, lo stesso di molte similpelli, può essere trasportato da pioggia, vento e corsi d’acqua fino al mare e restare nell’ambiente per anni. La pelle, al contrario, è un materiale di origine naturale, che si può curare e riparare e che invecchia senza perdere valore.

L’altro elemento che spesso sfugge è l’origine della materia prima. Secondo il rapporto di sostenibilità di UNIC, oltre il 99% delle pelli lavorate proviene dall’industria alimentare, e secondo i dati del dipartimento dell’agricoltura statunitense ripresi da Leather Naturally, un’organizzazione di promozione del settore, la pelle vale appena il 3-4% del valore dell’animale, troppo poco per giustificare un allevamento destinato solo a lei. Se le concerie non le recuperassero, come ha dichiarato nel 2023 l’allora presidente di UNIC Fabrizio Nuti, circa 8 milioni di tonnellate di pelli all’anno dovrebbero essere bruciate o smaltite in discarica.

Non significa che la concia sia priva di problemi, perché l’uso del cromo, la depurazione delle acque e la gestione dei fanghi restano temi aperti. Proprio per questo il settore ha bisogno di dimostrare con i dati ciò che afferma, in un momento in cui, secondo UNIC, ha chiuso il 2025 con il valore della produzione in calo del 5,8% e l’export in calo del 5%. Raccontare bene il proprio valore, oggi, è anche una questione di sopravvivenza economica.

Tutto questo riguarda da vicino la Valle del Chiampo, dove attorno ad Arzignano si concentra il più grande dei distretti conciari italiani, come ricorda Il Sole 24 Ore. Le difficoltà sono arrivate anche qui: il protocollo d’intesa sulla filiera della pelle proposto dalla Regione Veneto per il triennio 2024-2026 ricorda che nel 2023 le esportazioni del Distretto Veneto della Pelle sono calate di circa il 9% e che il ricorso alla cassa integrazione ordinaria è cresciuto di oltre il 50%.

Il distretto, però, ha anche una lunga storia di soluzioni collettive. I reflui delle concerie della valle confluiscono nel depuratore consortile di Arzignano gestito da Acque del Chiampo, che secondo i dati presentati nel 2017 trattava circa 30.000 metri cubi al giorno di acque industriali provenienti da oltre cento concerie fra Arzignano, Chiampo e Montorso. Oggi la stessa società partecipa con il CNR e l’Università Ca' Foscari al progetto regionale REWASTER, che punta a ridurre gli inquinanti dei reflui e a riutilizzare gli scarti solidi, mentre la Stazione Sperimentale sta attivando nel distretto un Dimostratore Tecnologico Ambientale per studiare il recupero di scarti e reflui con il supporto delle aziende meccaniche locali. Dal settembre 2025, inoltre, Arzignano ospita il MILE, il primo museo italiano dedicato alla pelle, promosso dal Distretto Veneto della Pelle e da Acque del Chiampo.

La tracciabilità permette di trasformare queste affermazioni in prove verificabili. Sapere da dove arriva una pelle, dove è stata lavorata e con quale impatto significa poter rispondere con i fatti a chi dubita della sostenibilità del settore, oltre che proteggere il Made in Italy dalle contraffazioni.

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