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giovedì 24 settembre 2026

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Caso Ranucci-Lavitola

Ranucci-Lavitola, bivi e ombre in una storia da basso impero

Ogni tappa di questa vicenda ha già, pronte all’uso, due versioni opposte. Un’esplosione, un’indagine, un bivio nell’interpretazione degli eventi che ne insegue un altro, e poi ancora e ancora. È una storia da basso impero, dove potenti nell’ombra si intrecciano a disgraziati bombaroli da operetta, dove le stesse incerte narrazioni adottate sono protagoniste di uno spettacolo buio.

Selfie del gennaio 2022 di Sigfrido Ranucci, Valter Lavitola e Clesio Tavares
«Se tenebras offudisse iudicibus in causa Cluentii gloriatus est - Si vantò di aver gettato ombre sui giudici nella causa di Cluenzio»

Per mesi il caso di Sigfrido Ranucci ha avuto bisogno di un solo aggettivo: “attentato”. Poi, il 12 agosto 2026, Valter Lavitola confessa di esserne il mandante — non un nemico, ma l’amico che il conduttore di Report chiamava, e da cui era chiamato, con l’affetto di una relazione quotidiana. Da quel momento ogni singolo fatto di questa storia comincia a sdoppiarsi: c’è sempre una lettura che assolve e una che insospettisce, e quasi mai le due combaciano.

L’inizio: una bomba, cinque nomi

Il 16 ottobre 2025, alle 22:17, un ordigno esplode davanti alla villetta di Ranucci a Torvaianica. La carica è gelatina da cava di almeno trent’anni, innescata con una miccia da minatore — nessun timer, nessun telecomando, il tipo di meccanismo che si userebbe per far saltare un costone di roccia, non per intimidire un uomo. Nessuno, forse, calcola che le due auto parcheggiate lì davanti vanno a GPL: se le fiamme avessero raggiunto i serbatoi, la cronaca di quella sera sarebbe stata diversa. L'auto usata dai bombaroli, una 500X, non viene fatta sparire: il commando la riporta indietro e la lascia semplicemente parcheggiata in strada, dove resterà per settimane prima che i carabinieri la rintraccino. Il giorno dopo, uno di loro va al bar del suo paese, si vanta con gli amici dell’impresa.

È da questi dettagli, più che da un piano criminale sofisticato, che parte l’indagine. Un adolescente seduto su una panchina lì vicino riconosce, al buio, il modello esatto dell’auto in fuga. Due telecamere per la lettura targhe, installate su una statale per un’indagine sul narcotraffico che con questo caso non avevano nulla a che fare, fotografano quella stessa targa mentre va e torna da Roma. Il noleggiatore della 500X, messo sotto pressione dai carabinieri, si lascia scappare al telefono il nome del padre di uno degli affittuari. Il 30 giugno 2026 vengono arrestate cinque persone tra le province di Napoli e Avellino: un pregiudicato di lunga data, suo figlio, un autista, la fidanzata di quest’ultimo (incinta), un giovane che si vanta con gli amici di essere stato della partita pur non essendoci mai stato. Non affiliati di rango della criminalità organizzata, ma “manovalanza a cottimo”, pagata poche migliaia di euro per un lavoro che potrebbe costare decine di anni di carcere.

Su questo primo tratto della storia, le narrazioni non divergono ancora: è cronaca giudiziaria pulita, priva di ambiguità politica o personale. È semplicemente la storia, non nuova nella cronaca italiana, di un piano organizzato male e svolto peggio.

Da un avvocato all’amico: come si arriva a Lavitola

L’ambiguità comincia un passo più in là. Per proteggersi da un arresto che sanno ormai inevitabile, gli esecutori vengono indirizzati verso un avvocato specifico — un penalista napoletano di lunga esperienza nella difesa di esponenti della camorra — tramite un messaggio arrivato, secondo le carte, da un “contatto in Africa”. Questo contatto si scopre essere un cittadino camerunense, da anni uomo di fiducia e autista di un imprenditore romano che gli indagati chiamano semplicemente “il dottore”. Seguendo il filo di quell’avvocato — già difensore storico dello stesso “dottore” — gli inquirenti risalgono al nome che chiude la catena: Valter Lavitola.

Non è un nome qualunque per chi segue da tempo la cronaca politica italiana. Lavitola è stato, negli anni Duemila, un protagonista defilato ma ricorrente della Seconda Repubblica: condannato in via definitiva per truffa allo Stato sui fondi pubblici all’editoria, per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi, coinvolto nella vicenda della casa di Montecarlo che riguardò Gianfranco Fini e nella presunta compravendita di senatori legata alla caduta del governo Prodi. Un uomo, insomma, con una storia di operazioni ai margini della politica ufficiale, un maestro del “dietro le quinte” del potere oggi titolare di un ristorante di pesce a Roma. Ed è lì, in quel ristorante, che sarebbe nata l’amicizia con Ranucci: non un conoscente, non una fonte tra le tante, ma — nelle parole dello stesso Lavitola — qualcuno con cui pranzava “due o tre volte al mese”.

Lavitola, davanti al giudice, ha spiegato il proprio gesto con la volontà di costringere lo Stato a potenziare la scorta dell'amico — versione che il gip non ha ritenuto convincente. Le carte suggerirebbero un movente diverso, legato a un progetto ben più ambizioso.

Il primo bivio: la casa mostrata all’amico

Il 6 settembre 2025 Lavitola chiede di vedersi. Ranucci, per la prima e unica volta in anni di frequentazione, lo invita direttamente a casa propria, fornendogli l’indirizzo e una descrizione della villetta. Per facilitargli il raggiungimento dell’abitazione Ranucci indica quali siano le sue auto, quelle parcheggiate davanti casa, così che Lavitola possa facilmente trovare il cancello. Il mese dopo, quel dettaglio potrebbe essere stato quello che guiderà chi piazzerà l’ordigno esattamente nel punto giusto.

Chi legge questa scena come il racconto di una vittima ingannata la definirà un dettaglio logistico casuale, la normale ospitalità tra amici che nulla lasciava presagire. Chi invece resta più cauto farà notare che è comunque insolito che l’unica visita mai avvenuta capiti proprio nei giorni in cui, secondo gli inquirenti, si stava organizzando da parte di Lavitola il sopralluogo — e che un giornalista abituato a diffidare delle coincidenze avrebbe forse dovuto applicare a se stesso lo stesso sospetto che riserva alle storie degli altri. Nessun dubbio, invece, da parte di Ranucci sull’innocenza dell’amico una volta che il suo nome uscì per la prima volta come quello del possibile mandante. Non c’è, e non ce ne saranno nel resto di questo testo, una lettura dimostrata; entrambe restano, per ora, interpretazioni.

Il secondo bivio: il sondaggio corretto di suo pugno

Le carte raccontano che Lavitola, da almeno due anni, insisteva perché Ranucci lasciasse la Rai per una candidatura alla guida di una coalizione di centrosinistra, arrivando a commissionare — a proprie spese, tramite un prestanome — un sondaggio professionale sul suo potenziale elettorale. Quando Lavitola gli sottopone la griglia di quel sondaggio, è lo stesso Ranucci a intervenire, integrandola con voci su transizione ecologica e ambiente: «ci lavoro, va fatta bene, altrimenti non serve».

Qui le due narrazioni si allontanano di più. La lettura indulgente dice: correggere un questionario che un amico ti mostra non equivale a desiderare la candidatura, tanto più che Ranucci ha sempre respinto pubblicamente l’ipotesi — sarebbe, al massimo, la cortesia di chi non vuole liquidare con un’alzata di spalle l’entusiasmo di un amico. La lettura più scettica osserva invece che un politico navigato come Lavitola non avrebbe insistito per due anni su un progetto che l’altro giudicava pura fantasia, e che intervenire nel merito di un sondaggio sulla propria popolarità è comportamento compatibile con un interesse reale, per quanto mai dichiarato pubblicamente. Anche qui, nessuna certezza: solo un gesto che, per il momento, si può leggere in due modi opposti a seconda di quanta fiducia si sia disposti a concedere.

Il terzo bivio: la notte dell’alibi

La notte della perquisizione a casa di Lavitola, una volta andati via i Carabinieri, il faccendiere e Ranucci restano al telefono per ore. Le intercettazioni, secondo gli atti, mostrerebbero Ranucci cercare di offrire spontaneamente all’amico dettagli utili a giustificare la sua presenza nella zona dell’attentato un mese prima che avvenisse.

Chi racconta questa scena come il culmine dell’inganno la definisce quasi commovente nella sua ingenuità: la vittima che, senza saperlo, protegge il proprio aggressore per pura lealtà d’amicizia. È una lettura che trova un aggancio concreto: se davvero il giudice, come riportano diverse ricostruzioni, avrebbe scritto a verbale il “contributo in buona fede della persona offesa”, allora la vittima resta vittima anche in questo passaggio. Ma la stessa scena, guardata con più cautela, pone comunque una domanda che la buona fede giudiziaria non cancella del tutto sul piano umano: quanto ci vuole, per un cronista che ha passato la carriera a diffidare delle versioni di comodo altrui, a passare ore a costruirne una per l’amico più caro? La differenza tra le due letture, qui, non è più solo interpretativa — è quasi caratteriale: quanto pesa, nel giudicare Ranucci, il fatto che il suo stesso mestiere gli richiederebbe più sospetto di quanto ne abbia mostrato quella notte?

Il quarto bivio: la rimozione da Report e lo scontro che si ripete identico a sé stesso

Il 28 agosto 2026 la Rai comunica che Ranucci non condurrà più Report. Ed è qui che la doppia narrazione, fino a quel momento confinata al singolo episodio, esplode su scala politica — replicando, quasi con le stesse parole, lo schema già visto due settimane prima, quando la sola confessione di Lavitola aveva già diviso il campo.

Da un lato: Matteo Salvini scrive “giusto così, ora si faccia chiarezza”; il presidente del Senato Ignazio La Russa si dice “felice” della scelta; il deputato di Fratelli d’Italia Federico Mollicone la definisce una “scelta di lungimiranza”. Dall’altro: Elly Schlein sostiene che “la destra ha ottenuto il suo obiettivo”; Giuseppe Conte parla di un “editto Meloni”; la senatrice M5S Barbara Floridia arriva a parlare di “operazione brutale, autoritaria e fascista”; Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni denunciano una “vendetta della destra”.

Quello che colpisce, mettendo le due ondate una accanto all’altra, è la loro identica rigidità: nessuno dei due schieramenti sembra aver aggiornato di una virgola il proprio giudizio tra la prima e la seconda fase, nonostante nel mezzo fossero emersi il progetto politico, il sondaggio, i dettagli sull’alibi. È come se, di fronte a una storia che si è già dimostrata capace di sorprendere più volte, la politica avesse comunque deciso in anticipo quale sorpresa essere disposta ad accettare e quale no.

Un fronte, quello della difesa incondizionata, che sceglie di non vedere le crepe

C’è infine chi ha scelto di raccontare l’intera vicenda senza mai lasciare spazio all’ambiguità. Lo scrittore Roberto Saviano, in una serie di video molto seguiti basata sulla lettura diretta degli atti d’indagine, descrive Ranucci come “l’unico innocente vero di tutta questa vicenda” e Lavitola come un potere che “non corrompe più con le bustarelle ma con l’affetto”. È una lettura che porta con sé argomenti reali — se le carte non registrano mai un’esplicita complicità, come Saviano sostiene, quella è comunque l’unica base probatoria disponibile — ma che sceglie sistematicamente, in ognuno dei bivi raccontati sopra, la versione più rassicurante, senza mai lasciare che l’altra voce si faccia sentire nello stesso paragrafo. È un racconto onesto nei fatti che riporta, ma è pur sempre un racconto: una delle due metà di ogni bivio, non la sintesi di entrambe.

Dove restiamo, alla fine

Bisogna dirlo con la cautela che il caso richiede: Sigfrido Ranucci è, a tutti gli effetti, la vittima di un attentato reale — un ordigno esploso davanti a casa sua, con due auto distrutte e un rischio concreto, se le fiamme avessero raggiunto i serbatoi, ben più grave di quanto accaduto. Nessuno degli elementi raccolti in questi mesi lo indica come complice, e le carte, per quanto se ne sa, non suggeriscono mai il contrario. Questo va detto con chiarezza, e va tenuto fermo mentre si prosegue.

E tuttavia, arrivati in fondo a questo racconto fatto di bivi — la casa mostrata proprio nei giorni del sopralluogo, il sondaggio corretto di proprio pugno, le ore passate a costruire un alibi che si sarebbe rivelato falso — è difficile non restare con la sensazione che la lettura più diffusa, quella della vittima semplicemente ingannata da un potere che seduce con l’affetto, chieda al lettore uno sforzo di fiducia piuttosto ampio: che un giornalista d’inchiesta, per mestiere sospettoso verso chiunque altro, non abbia mai — nemmeno per un istante, nemmeno di fronte a coincidenze così ravvicinate — applicato lo stesso sospetto a se stesso. Non è una certezza, e non pretende di esserlo.

È, con tutta la delicatezza che il caso di una persona offesa da un attentato reale impone, la domanda che resta sul tavolo più a lungo di ogni altra: non se Ranucci sia colpevole di qualcosa — non lo è, per quanto oggi si sa — ma se sia stato davvero così ingenuo come la versione più comoda intende.

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