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domenica 8 novembre 2026

Prospettive Future

Proteste giovanili

Proteste giovanili: due piazze incompatibili uccidono il ’68

Nate in Francia e arrivate in Italia con l’eco del ‘68, le proteste giovanili chiedevano di essere ascoltate. Poi altri ragazzi hanno preso la scena e le due piazze, incompatibili, si sono coperte a vicenda: una storia ancora aperta, che tra vent’anni quei giovani dovranno vivere insieme.

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Scena dagli scontri in Piazza Duomo a Milano
Scena dagli scontri in Piazza Duomo a Milano

Ci sono stagioni in cui ciò che è nuovo sorprende in maniera così netta che chi lo osserva ha la sensazione di essere seduto in una platea. Le piazze di queste settimane, con personaggi che compaiono all’improvviso, scene che cambiano da un giorno all’altro e un copione che nessuno sembra aver scritto, hanno qualcosa di teatrale, perché come a teatro se ne conosce l’inizio e se ne ignora la fine. Tuttavia raramente ciò che è nuovo è anche innato, e raramente ciò di cui si ignora la destinazione non porta già in sé l’immagine di quello che potrebbe presto o tardi essere.

La Francia e il telefono in mano

Il primo atto si apre in Francia, a metà settembre, dove i docenti di un liceo di Créteil scioperano contro i tagli alla scuola. Nessuno, in quel momento, sospetta che quel malumore così localizzato possa essere una miccia capace di accendere fuochi addirittura oltre i confini della République. Nei giorni seguenti la protesta si allarga e si fa violenta, attraversa l’Albania, tocca Madrid e Lisbona e a metà ottobre bussa alle porte dell’Italia, dove i cortei degli studenti del 16 diventano quelli del 17 in tredici città, con richieste che parlano di carovita, di salari bassi, di affitti e di scuole sottofinanziate. I ragazzi italiani ammettono di guardare alla Francia, nelle interviste e nelle dirette sui social, ma dietro l’imitazione si intravedono difficoltà comuni a mezza Europa, dal caro energia agli affitti introvabili di Madrid, dai tagli alla scuola da cui tutto è partito a Créteil ai salari che non tengono il passo con i prezzi.

A dirigere questa storia, come già a Londra nel 2011, quando i BlackBerry fecero correre le rivolte da un quartiere all’altro, e come nelle primavere arabe, dove Twitter fu un acceleratore dei moti di piazza, è il telefono, sempre acceso nella mano di qualcuno. Italia in Piazza, un gruppo informale nato online e convocato da ragazzi senza legami con partiti, sindacati o centri sociali, apre il suo profilo Instagram il 4 ottobre, fa girare i volantini su TikTok e porta in strada migliaia di persone senza che nessuna organizzazione tradizionale la sostenga.

Le proteste giovanili e l’eco del ‘68

Il secondo atto richiama un fantasma illustre, e a molti viene da dire che sia tornato il Sessantotto, e non a torto, almeno in parte, perché anche oggi una generazione scende in piazza quasi nello stesso momento in più paesi e chiede di essere ascoltata, anche oggi il contagio corre da una capitale all’altra senza che risulti per il momento una regia comune, e anche oggi, come allora, la politica non ha capito subito che cosa stava accadendo sotto le sue finestre.

Le differenze, però, si cominciano a vedere già nel primo tempo. Il Sessantotto trovò un nome, il Movimento Studentesco, e un episodio simbolico, e nel giro di un anno e mezzo si saldò con le fabbriche nell’autunno caldo, da cui uscì nel 1970 lo Statuto dei lavoratori. In altre parole, la voce degli studenti arrivò a una destinazione. Le richieste degli studenti di oggi non sembrano mancare di una riflessione a monte, ma sembrano fallire in quell’opera di saldatura con altri gruppi sociali che ne integrino ed espandano le rivendicazioni. Al contrario, quello a cui assistiamo è l’introduzione nell’equazione di una nuova variabile inattesa, sottovalutata, volutamente o colpevolmente ignorata. Una variabile che la piazza studentesca, e parte della classe politica, sembra incapace di assimilare o condannare.

Terzo atto: i nuovi protagonisti delle piazze

Nella grammatica del teatro il terzo atto dovrebbe portare il conflitto al culmine e preparare lo scioglimento, e Aristotele ci perdonerà se qui il conflitto si complica senza sciogliersi, perché il movimento è ancora lontano dal suo termine. Sabato 17 a Milano, secondo gli organizzatori, in piazza Duomo si raccolgono circa cinquemila persone per una «riunione pacifica di cittadini», finché la giornata degenera, e domenica, quando nessun corteo è stato convocato, centinaia di giovanissimi incappucciati, chiamati sui social in maniera ancora non del tutto chiarita, saccheggiano i negozi tra via Torino, Cordusio e corso Garibaldi. Il bilancio del fine settimana è di 271 accompagnati in Questura, 32 arresti, 28 denunce e 14 agenti feriti, e circa l’80% dei fermati sarebbe minorenne, in gran parte da fuori Milano.

Gli stessi organizzatori indicano i responsabili in quelli che chiamano, con un’espressione ormai di uso comune, «maranza», e molte cronache parlano di giovani di seconda generazione. Quello che si può dire con certezza è che a prendersi la scena sono ragazzi diversi da quelli che avevano convocato la piazza, per i quali la protesta sembra essere diventata un luogo dove misurarsi nello scontro, senza una rivendicazione da portare avanti. Il Movimento 17 ottobre, nato dopo gli scontri e attivissimo su Telegram, si definisce «un processo» invece che una sigla, non elenca richieste precise e annuncia una mobilitazione ogni sabato fino alla caduta del governo, con la prossima fissata per domani.

Un vuoto di questo genere, pieno di rabbia e privo di parole, pesa sul modo in cui l’opinione pubblica guarda tutto il resto. Un sondaggio di Only Numbers dice che il 66% degli intervistati vuole misure più severe e che il 55,8% chiede di condannare le proteste senza riserve, contro il 37,6% che pensa vadano ascoltate le ragioni. Se ne vedono gli effetti anche fuori dalle piazze: lunedì 19, alla contromanifestazione vicino al Duomo, uno striscione recita «Vi remigreremo tutti» e un altro chiede pene esemplari per «maranza e centri sociali». È così che, agli occhi di una parte del Paese, la richiesta di diritti diventa una questione di identità e di convivenza.

Chi resta in scena

Gli studenti delle prime piazze sono i grandi assenti di questo quarto atto, che sarebbe l’ultimo se la realtà seguisse il copione. Se. Italia in Piazza ha affidato a un comunicato nella propria chat la condanna dei disordini, attribuiti a «gruppi isolati estranei alla mobilitazione», e uno dei suoi referenti ha ammesso che forse i cori contro le forze dell’ordine avevano esagerato, ma non risulta una condanna pubblica e netta dei saccheggi, né un tentativo di fermarli. Le organizzazioni che avevano convocato i cortei del 16 ottobre, mentre a Torino volavano sassi e a Roma bombe carta contro il ministero, non avrebbero detto nulla che sia arrivato fino a noi, e la condanna più chiara di studenti viene dalle Consulte studentesche, che parlano di «una minoranza» e di scuole devastate che «non sono mai la strada giusta». Chi li sostiene politicamente, da Landini a Schlein, da Sala a Conte, ha condannato i violenti, dopo che il governo aveva chiesto di farlo «senza ambiguità», ma è un’altra cosa rispetto alla voce, bassa, di chi aveva chiesto di essere ascoltato.

Il risultato è che gli studenti non sono stati zittiti dal governo, e nemmeno da chi li contesta, ma dai coetanei che ne hanno occupato la piazza per altri scopi. Mentre il discorso pubblico parla di saccheggi, di decreti e di identità più che di salari, affitti e scuole, le condanne più dure dovrebbero venire proprio da chi si è visto coprire la voce dal rumore delle bombe carta.

Al governo non si può rimproverare di aver risposto alla violenza, e il decreto del 20 ottobre va nella direzione giusta con il nuovo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, il fermo preventivo anche per i minorenni e l’arresto in flagranza differita sulla base di video e fotografie. Pericolosa sarebbe stata invece l’idea, poi saltata, di dare ai militari il potere di eseguire arresti, un precedente che sarebbe stato difficile cancellare. Il decreto, tuttavia, risponde a una parte sola della storia, e la parte rimasta senza risposta è quella dei ragazzi che chiedevano lavoro, una case, scuole.

Il sipario resterà aperto

Il Sessantotto ebbe il suo finale, perché la voce degli studenti incontrò quella di altre categorie trasformandosi poi in legge. Questa stagione non ha ancora il suo, e chi la racconta può soltanto immaginare come potrebbe andare a finire: tra quindici o vent’anni gli adolescenti che oggi si fronteggiano in piazza Duomo, quelli che chiedevano ascolto e quelli che cercavano lo scontro, saranno il corpo di questa società, condivideranno posti di lavoro, assemblee di condominio, cabine elettorali, e ciascuno si porterà dietro il ricordo di una piazza che non era la stessa. Potrebbero ricordarla come una stagione chiusa, o come la prima crepa di una distanza che gli anni avranno allargato, quando le parole mancate di oggi, i silenzi, le etichette e le condanne arrivate troppo tardi si saranno trasformate in diffidenze ereditate.

Non sappiamo se quella piazza troverà una voce che la tenga unita o se resterà il racconto di due piazze che non si sono mai incontrate. Per ora le luci restano accese, il telefono vibra, e sabato alle 15 il sipario si alza ancora.

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