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domenica 8 novembre 2026

Prospettive Future

Proteste giovanili

Integrazione, la lezione di ottobre.

Le giornate del 17 e 18 ottobre mostrano un Paese che non ha mai deciso cosa fare dei ragazzi italiani di fatto ma non di diritto. Il confronto con i modelli francese, tedesco e britannico rivela le criticità del sistema italiano e indica tre soluzioni: ius scholae, una scuola che funzioni da ascensore sociale e politiche per evitare che le periferie diventino banlieue.

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Scena dagli scontri in Piazza Duomo a Milano
Scena dagli scontri in Piazza Duomo a Milano

Due piazze, due racconti sbagliati

I fatti, prima delle interpretazioni. Sabato 17 una manifestazione contro il carovita, convocata sui social con il nome "Italia in piazza", è degenerata in scontri in piazza Duomo, con circa 5.000 partecipanti, lanci di pietre, una quindicina di agenti feriti e negozi saccheggiati. Domenica centinaia di ragazzi, in gran parte minorenni e a volto coperto, sono tornati in centro senza alcun corteo: vetrine spaccate, un supermercato svuotato di cibo e alcolici, Decathlon e Foot Locker assaltati. Tra le 271 persone portate in questura nei due giorni, 220 erano minorenni e 60 stranieri.

Quel dato è già una prima smentita a entrambi i racconti. Donald Trump ha dichiarato che in Italia, come in Francia, le proteste "hanno a che fare con l’immigrazione"; ma circa quattro fermati su cinque avevano cittadinanza italiana. D’altra parte, Il Post ricostruisce che domenica in piazza c’erano ragazzi sia di origine italiana sia di seconda generazione, arrivati dalle periferie e dall’hinterland: e un ragazzo nato a San Siro da genitori egiziani, nelle statistiche, è "italiano" solo se ha già compiuto 18 anni e fatto domanda, o se un genitore si è naturalizzato prima. Il Presidente Mattarella ha parlato di violenze compiute da "soggetti inediti" e ha chiesto un’analisi approfondita. Questo articolo prova a farla, partendo da un confronto con Francia, Germania e Regno Unito.

Chi c’era in piazza, e che cosa chiedeva

Non c’è stata "una" piazza. Nello stesso fine settimana si sono sovrapposti almeno sei soggetti diversi, con obiettivi diversi e spesso in conflitto tra loro.

Il primo è "Italia in piazza", la rete nata su TikTok e Telegram che ha convocato i cortei di sabato: organizzatori giovani, senza tessera di partito, che protestavano contro carovita, salari bassi, prezzo dei carburanti e pressione fiscale, dichiarandosi contrari a tutti i partiti che hanno governato negli ultimi trent’anni. Accanto, ma separati, c’erano gli studenti organizzati e la CGIL: collettivi e Fridays for Future venerdì, il sindacato sabato a Roma con PD, M5S e AVS, a chiedere più fondi alla scuola, no al riarmo e misure contro il carovita, con una nuova piazza convocata per mercoledì 21.

Poi ci sono i giovanissimi delle periferie: ragazzi tra i 12 e i 18 anni dall’hinterland milanese, italiani e figli di immigrati, spesso al primo corteo della loro vita, mossi da una miscela di rabbia per le difficoltà delle famiglie, discriminazione percepita, noia e voglia di "esserci" sui social. Da loro vanno distinti i saccheggiatori di domenica, gruppi mobili a volto coperto coordinati su chat private, la cui azione non aveva nulla di politico: la Garante per l’infanzia ha sottolineato proprio la totale impoliticità dell’assalto al centro.

Ai margini si muovono altri due soggetti. Il "Movimento 17 ottobre", pagina Instagram e canale Telegram anonimi nati dopo gli scontri, annuncia una mobilitazione permanente fino alla caduta del governo. Sul fronte opposto c’è la contro-mobilitazione di destra: il presidio del centrodestra in piazza San Carlo con slogan sulla "remigrazione", gli attivisti che diffondono le chat dei ragazzi e una pagina che ha pubblicato, salvo poi smentirli, nomi e indirizzi dei presunti responsabili.

Il dettaglio più importante è la frattura tra il primo e il quarto gruppo. Gli organizzatori di "Italia in piazza" hanno preso le distanze: a Torino una di loro ha detto che volevano portare in piazza la fatica di chi non arriva a fine mese, e che è stato "un disastro". In altre parole, la richiesta politica c’era, ed era economica; il saccheggio l’ha cancellata.

Le voci raccolte dal Fatto Quotidiano tra i ragazzi di Pero, Gratosoglio e San Siro spiegano il resto. Un sedicenne italiano racconta della madre che fa le pulizie e perde clienti; un diciottenne di famiglia moldava dice che lavorare non basta più per vivere; un diciassettenne nato a Milano da genitori arabi è stanco di sentirsi dire di tornare al suo paese: "Quando sento parlare di remigrazione mi chiedo dove dovrei andare". Un quattordicenne ammette candidamente che molti sono scesi per noia e per fare video. Il quadro è questo: una protesta sociale autentica, un’identità negata a una parte dei ragazzi, e una quota di puro vandalismo opportunista amplificato da TikTok.

In parallelo, nel Sud, autotrasportatori e agricoltori bloccano autostrade e porti contro il caro gasolio. Non hanno nulla a che fare con l’immigrazione, ma confermano che la miccia comune è il costo della vita.

Il modello italiano: un non-modello

L’Italia non ha mai scelto un modello di integrazione. Ha una legge sulla cittadinanza del 1992, scritta quando era ancora un paese di emigrazione, e una serie di strumenti amministrativi stratificati nel tempo, mentre il lavoro vero lo fanno comuni, scuole, terzo settore e parrocchie.

La cittadinanza. La legge 91/1992 si fonda sullo ius sanguinis. Chi nasce in Italia da genitori stranieri può chiedere la cittadinanza solo al compimento dei 18 anni, se ha risieduto qui senza interruzioni, e ha un anno di tempo per farlo. Uno straniero extra-UE può naturalizzarsi dopo dieci anni di residenza legale, a cui si sommano anni di istruttoria. Nel 2025 il governo ha ristretto la trasmissione per discendenza a chi ha legami recenti con l’Italia: una scelta coerente, che però lascia intatta l’asimmetria di fondo verso chi in Italia ci è nato.

Il tentativo di riforma fallito. Da almeno quindici anni ogni legislatura discute ius soli, ius culturae o ius scholae senza approvare nulla, governi di centrosinistra compresi. L’8-9 giugno 2025 il referendum per ridurre da 10 a 5 anni la residenza necessaria si è fermato al 30,6% di affluenza, con il 65% di sì tra i votanti: un tema che divide anche l’elettorato progressista.

La scuola, dove l’integrazione avviene davvero. Nell’anno 2024/25 gli alunni con cittadinanza non italiana erano 931.323, l’11,6% del totale; circa sei su dieci sono nati in Italia. La provincia di Milano è quella con più studenti senza cittadinanza italiana, oltre 83.000. Il 40% di loro frequenta un istituto tecnico, il 28% un professionale e solo il 31% un liceo, contro il 52% dei compagni italiani; tra i nati all’estero la dispersione implicita a fine primo ciclo è il doppio di quella degli italiani. È esattamente la frustrazione espressa dai ragazzi di questi giorni: una scuola che sembra prepararli solo a lavori malpagati.

La risposta di questi giorni. Il governo ha convocato un vertice e prepara un decreto legge con fermo preventivo esteso ai minori, misure contro le baby gang, arresto differito per i danneggiamenti di gruppo, pene più alte per i blocchi stradali e più militari a Milano. Alla Camera è in votazione la proposta della Lega sulla cittadinanza (primo firmatario Igor Iezzi), che introduce nuove cause ostative e di revoca e una stretta sulla lingua. Dopo gli scontri è stato aggiunto un emendamento "anti-saccheggio": il nato in Italia condannato per devastazione e saccheggio o per reati contro le forze di polizia non potrà ottenere la cittadinanza a 18 anni. Fratelli d’Italia, con la responsabile immigrazione Sara Kelany, ha già sostenuto che sulle seconde generazioni ci sono altre emergenze da affrontare; dall’opposizione, il PD milanese denuncia la "retorica inquietante delle destre".

Francia: cittadini sulla carta, separati nei quartieri

La Francia dimostra che dare la cittadinanza non basta. Il suo modello repubblicano è assimilazionista: lo Stato non riconosce comunità, solo cittadini uguali, e chi nasce in Francia da genitori stranieri diventa francese automaticamente a 18 anni se vi ha risieduto almeno cinque anni dagli 11 in poi, e può chiederlo già dai 13 (droit du sol différé, articolo 21-7 del codice civile). Eppure è proprio il Paese europeo con le rivolte urbane più ricorrenti, dal 2005 alla morte di Nahel nel 2023.

Il punto debole non è il passaporto, è la geografia sociale. Decenni di edilizia popolare concentrata nelle banlieue hanno prodotto quartieri dove disoccupazione, scuole peggiori e rapporto conflittuale con la polizia si sommano. Uguaglianza formale e disuguaglianza sostanziale convivono, e i figli degli immigrati vivono la cittadinanza come una promessa tradita.

Negli ultimi anni Parigi ha irrigidito il percorso. La legge immigrazione del 26 gennaio 2024 ha rafforzato il contratto di integrazione repubblicana, alzato il livello di francese per la carta di residente al B1 e, dal 1° gennaio 2026, quello per la naturalizzazione al B2. L’allora ministro dell’Interno Retailleau ha difeso la sua circolare del maggio 2025 come una circolare "di assimilazione": la naturalizzazione è un’opportunità, non un diritto.

In queste settimane la Francia vive la stessa ondata dell’Italia, ma più grande. Dopo settimane di proteste dei liceali, il 17 ottobre circa 800.000 persone secondo CGT e organizzazioni giovanili (550.000 per le autorità) hanno manifestato contro il carovita, e ai margini dei cortei sono stati saccheggiati negozi a Bordeaux, Lione, Parigi e in altre città. Il ministro dell’Interno Nuñez ha ammesso che in alcune città lo Stato ha perso il controllo e ha offerto le dimissioni, respinte da Macron; il premier Lecornu ha chiesto coprifuoco locali e attribuisce il caos all’estrema sinistra. Lo slogan raccolto tra i liceali dall’Espresso è eloquente: "Vogliamo un futuro che non dipenda da dove nasciamo".

La lezione per l’Italia: cittadinanza precoce e integrazione riuscita non sono la stessa cosa. Senza politiche su casa, scuola e lavoro nei quartieri, il passaporto non evita la rabbia. Ma nemmeno negarlo la previene.

Germania: da "ospiti" a cittadini, con un sistema

La Germania è il caso più utile per l’Italia, perché partiva da una posizione simile: per decenni ha considerato i lavoratori turchi e italiani dei Gastarbeiter, ospiti destinati a tornare, e ha negato di essere un paese di immigrazione. Il risultato furono generazioni nate in Germania senza passaporto tedesco.

La correzione è arrivata in tre tempi. Dal 1° gennaio 2000 chi nasce in Germania è tedesco se un genitore vi risiede legalmente da almeno otto anni (cinque dal 2024) con un titolo di soggiorno permanente; la stessa riforma ha ridotto la residenza per naturalizzarsi da 15 a 8 anni. Dal 2005, con la legge sull’immigrazione, esistono i corsi di integrazione nazionali: 600 ore di tedesco con obiettivo B1 e 100 di orientamento su diritto, storia e cultura, finanziati dallo Stato e obbligatori per molti nuovi arrivati. Il sistema però scricchiola: da inizio 2026 l’Ufficio federale per la migrazione ha sospeso le nuove ammissioni volontarie per mancanza di fondi. Nel giugno 2024 la riforma del governo Scholz ha portato la residenza necessaria da 8 a 5 anni e reso la doppia cittadinanza la regola.

I numeri sono stati immediati: 291.955 naturalizzazioni nel 2024 (+46%) e un nuovo record di 332.500 nel 2025, con siriani, turchi e russi in testa. Ma il clima politico è cambiato. Il governo Merz ha abolito nell’ottobre 2025 la corsia rapida di tre anni per gli "integrati eccellenti", pur mantenendo i cinque anni e la doppia cittadinanza; il ministro Dobrindt ha detto che il passaporto deve essere il riconoscimento di un’integrazione riuscita. L’AfD, nel frattempo, ha fatto della cittadinanza "facile" uno dei suoi cavalli di battaglia.

La lezione per l’Italia: la Germania non è un paradiso dell’integrazione, ma ha costruito un percorso pubblico, uguale per tutti, misurabile, che lega lingua, lavoro e cittadinanza. Il dibattito tedesco riguarda quanto debba essere lungo quel percorso, non se debba esistere.

Regno Unito: multiculturalismo e la svolta "a punti"

Il modello anglosassone ha fatto la scelta opposta a quella francese: riconoscere le comunità, lasciare spazio alle identità d’origine, puntare su rappresentanza e leggi antidiscriminazione. Ha prodotto una classe dirigente di seconda generazione visibile in politica, nelle imprese e nei media, molto più che nel resto d’Europa.

Il rovescio della medaglia sono le comunità parallele, segnalate da diversi rapporti governativi, e due episodi che somigliano a quanto visto a Milano. Nell’agosto 2011 l’uccisione di Mark Duggan da parte della polizia a Tottenham innescò sei giorni di rivolte e saccheggi in tutta l’Inghilterra, con molti partecipanti giovanissimi e oltre 3.000 arresti. Nell’estate 2024, al contrario, dopo l’uccisione di tre bambine a Southport e false voci sull’aggressore, che era nato nel Regno Unito, folle anti-immigrati assaltarono hotel per richiedenti asilo a Rotherham e Tamworth.

Oggi Londra sta irrigidendo il percorso. Il governo laburista ha proposto il cosiddetto earned settlement: la residenza permanente non si matura più col semplice passare del tempo, ma va "guadagnata". La base passa da 5 a 10 anni, con requisiti di inglese di livello B2 e il test Life in the UK; gli anni si riducono per chi ha redditi alti o svolge servizi pubblici e volontariato, e si allungano per chi ha ricevuto sussidi o è entrato irregolarmente. A giugno 2026 una commissione della Camera dei Lord ha bocciato l’impianto, sostenendo che percorsi più lunghi non favoriscono l’integrazione ma creano anni di incertezza e rischio di sfruttamento.

La lezione per l’Italia: il riconoscimento delle differenze funziona se accompagnato da mobilità sociale reale. Il sistema a punti britannico, invece, mostra il limite di ogni integrazione pensata come premio: misura bene il reddito, molto meno l’appartenenza.

I quattro modelli a confronto

L’Italia è l’unico dei quattro paesi senza un percorso pubblico strutturato e con la soglia più alta per i nati sul territorio.

Le filosofie di partenza sono diverse. La Francia punta sull’assimilazione repubblicana, la Germania su un’integrazione guidata dallo Stato, il Regno Unito su un multiculturalismo che oggi si sta trasformando in un sistema di residenza "da guadagnare". L’Italia non ha un modello esplicito e delega l’integrazione al territorio. La differenza più netta riguarda chi nasce nel paese: in Germania si è cittadini alla nascita se un genitore risiede legalmente da cinque anni con soggiorno permanente, nel Regno Unito se un genitore ha la residenza permanente, in Francia si diventa cittadini automaticamente a 18 anni dopo cinque anni di residenza dagli 11. In Italia, invece, bisogna fare domanda a 18 anni, entro una finestra di un solo anno.

Anche sulla naturalizzazione l’Italia è la più esigente sui tempi: dieci anni per gli extracomunitari, contro i cinque di Francia e Germania (dove la corsia da tre anni è stata abolita nel 2025), mentre nel Regno Unito la cittadinanza segue la residenza permanente, che la proposta del governo porterebbe da cinque a dieci anni. Sulla lingua l’Italia chiede il B1 come la Germania, mentre Francia e Regno Unito salgono al B2, quest’ultimo con un test civico. Il vero divario è il percorso pubblico: la Germania ha corsi nazionali obbligatori, la Francia un contratto di integrazione con corsi e test, il Regno Unito un test senza corsi statali strutturati, l’Italia un accordo a crediti e corsi frammentati. Tutti e quattro ammettono la doppia cittadinanza, la Germania come regola dal 2024. La tendenza attuale va ovunque verso la stretta: forte nel Regno Unito, sulla lingua in Francia, contenuta in Germania dopo l’apertura del 2024; in Italia riguarda la discendenza e i reati, mentre lo ius scholae resta fermo.

Una convergenza è evidente: ovunque si chiede più lingua e più adesione ai valori. La differenza è che Francia, Germania e Regno Unito chiedono di più a chi arriva, mentre l’Italia continua a chiedere troppo a chi è nato qui.

Le criticità, senza sconti a nessuno

1. Diciotto anni da stranieri in patria. Centinaia di migliaia di ragazzi nati e scolarizzati in Italia crescono con un permesso di soggiorno. Non possono partecipare a gite all’estero senza pratiche, a molti concorsi, a volte a competizioni sportive. Lo Stato chiede loro lealtà senza offrire appartenenza.

2. Un’integrazione senza regia. Non esiste un equivalente dei corsi tedeschi o del contratto francese: l’insegnamento dell’italiano agli adulti è affidato ai CPIA e al volontariato, con risorse discontinue. Quando un quattordicenne dice di vestirsi con gli abiti che gli dà la Chiesa, descrive un welfare che si regge sulla carità.

3. Una scuola che canalizza. La distanza tra il 31% di liceali con cittadinanza straniera e il 52% degli italiani, e la dispersione doppia tra chi arriva dall’estero, trasformano la scuola da ascensore sociale in smistamento verso i lavori meno pagati.

4. Periferie a rischio banlieue. Milano non è Saint-Denis, ma la concentrazione di disagio abitativo e scolastico in quartieri come San Siro o Gratosoglio è la stessa dinamica che in Francia ha prodotto vent’anni di rivolte.

5. La cittadinanza usata come sanzione. L’emendamento "anti-saccheggio" colpirebbe solo i nati in Italia da genitori stranieri: a parità di reato, un coetaneo con genitori italiani avrebbe solo la pena. È una seconda punizione basata sull’origine, che rischia di confermare proprio il sentimento di esclusione che alimenta la rabbia. E l’esperienza francese dice che la cittadinanza, data o negata, non è lo strumento che previene le rivolte.

6. Ma anche un problema di ordine pubblico reale. Sarebbe disonesto negarlo: chi ha devastato il centro di Milano domenica non stava protestando, e la polizia ha faticato per ore a controllare gruppi mobili e coordinati via chat. Commercianti e residenti chiedono sicurezza e pene certe, e hanno ragione a farlo. Sostenere che "l’immigrazione non c’entra" ignora che una parte dei ragazzi in piazza vive una crisi di identità specifica, legata proprio al loro status.

7. Un dibattito senza dati. L’Italia non rileva l’origine dei cittadini e misura poco gli esiti dell’integrazione. Così ogni episodio diventa un test di Rorschach: per alcuni prova l’invasione, per altri il razzismo, mentre nessuno sa davvero quanti dei fermati siano seconde generazioni.

8. Una politica bloccata da entrambi i lati. La destra ha trasformato la cittadinanza in un tabù identitario; il centrosinistra nel 2017 ha lasciato morire al Senato una riforma già approvata dalla Camera e ha portato al referendum un quesito che ha diviso il suo stesso elettorato.

Che cosa si potrebbe fare

Le soluzioni più solide uniscono fermezza e appartenenza, invece di scegliere tra le due. Dal confronto con Francia, Germania e Regno Unito emergono tre interventi su cui l’Italia può agire subito, prima che i problemi diventino strutturali.

1. Ius scholae, fuori dalla polemica

La cittadinanza andrebbe riconosciuta a chi è nato in Italia o vi è arrivato da bambino e ha completato qui un ciclo scolastico di almeno cinque anni. È il criterio meno ideologico tra quelli in campo: non premia il caso del luogo di nascita, come lo ius soli, ma un percorso compiuto dentro le istituzioni italiane. Non a caso, in passato, ha raccolto consensi anche in una parte del centrodestra, a cominciare da Forza Italia.

Il vantaggio principale è il tempo. Oggi l’appartenenza arriva a 18 anni, quando l’identità è già formata e spesso già segnata dal sentirsi esclusi; lo ius scholae la anticipa agli anni delle medie e delle superiori, quando conta davvero. La Germania ha impiegato vent’anni per capire che negare il passaporto ai figli dei Gastarbeiter produceva estranei in casa propria: l’Italia può arrivarci prima. La fermezza resta: chi commette reati risponde come qualunque altro cittadino, con la stessa pena.

2. Una scuola che funzioni da ascensore sociale

Se tra i ragazzi con cittadinanza straniera solo il 31% frequenta un liceo, contro il 52% dei compagni italiani, il problema non è solo di talento ma di orientamento e di risorse. Tre misure concrete:

• Orientamento in terza media fondato sulle capacità del ragazzo e non sulla sua padronanza della lingua o sul reddito della famiglia, con un consiglio orientativo che non spinga d’ufficio verso i professionali.

• Docenti di italiano L2 stabili nelle scuole con più alunni di origine straniera, invece di progetti a scadenza: la lingua accademica, non quella quotidiana, è ciò che separa un tecnico da un liceo.

• Tempo pieno e doposcuola nelle periferie, dove le famiglie non possono pagare ripetizioni e dove il pomeriggio libero è quello che oggi riempiono la piazzetta e TikTok.

Sono misure che servono anche ai ragazzi italiani degli stessi quartieri. Il sedicenne di Pero che teme un futuro di lavori malpagati ha lo stesso problema del coetaneo di origine egiziana: una politica di integrazione fatta bene è anzitutto una politica di mobilità sociale.

3. Prevenire le banlieue prima che nascano

La lezione francese è che il passaporto non salva un quartiere dove si concentrano case popolari degradate, scuole in difficoltà e sfiducia verso lo Stato. Milano non è Saint-Denis, ma San Siro, Gratosoglio e parte dell’hinterland mostrano gli stessi segnali iniziali.

Gli strumenti sono noti: mix sociale nell’edilizia pubblica, per evitare che i nuovi alloggi concentrino ulteriormente il disagio; recupero e manutenzione del patrimonio popolare esistente; presidi stabili di sport, cultura e formazione al lavoro nei quartieri, gestiti insieme a scuole, parrocchie e associazioni che già oggi reggono quel territorio. Serve anche una presenza delle forze dell’ordine di prossimità, conosciuta e costante, e non soltanto i reparti che arrivano quando la situazione è già esplosa.

Intervenire adesso costa molto meno che ricostruire un quartiere, e la fiducia dei suoi ragazzi, dopo una rivolta.

L’alternativa è il ciclo già visto Oltralpe: rivolta, stretta, silenzio, nuova rivolta. L’Italia ha ancora un vantaggio, perché le sue seconde generazioni sono giovani e la segregazione non è ancora strutturale. Ma è un vantaggio che si consuma in fretta.

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