Giovani vicentini tra violenza e nuove (vecchie) opportunità
Manifestare il proprio dissenso è un diritto sacrosanto che fa parte della crescita democratica, ma gli episodi di violenza rischiano di delegittimare le istanze dei ragazzi. La vera svolta arriva quando la protesta si unisce alla formazione concreta di una nuova classe dirigente locale, che sappia mettersi in gioco per costruire la società del domani.

«Giovani del Veneto, alzate la voce. Non fatevi assimilare a questa feccia.»
Le proteste studentesche delle scorse settimane, nate nei grandi centri urbani, hanno trovato un’eco preoccupante anche nella nostra provincia. La diffusione rapida e su larga scala è l’arma più potente che questi ragazzi hanno tra le mani e gli episodi non si sono fatti attendere nemmeno nel Vicentino. Il 19 ottobre un allarme bomba ha costretto all’evacuazione precauzionale di alcune scuole superiori di Arzignano. Qualche giorno dopo alcuni loro coetanei hanno ricevuto messaggi carichi di violenza, con i nomi di alcune ragazze prese di mira. E non da ultimo, alcune città, come Lonigo, sono state allertate per possibili raduni di Aura Battle di alcuni ragazzi. Un richiamo del tutto innocuo, che però, ha saputo riportare alla memoria i fatti di qualche settimana fa. Sabato 3 ottobre, infatti, a Vicenza, questo appuntamento è degenerato ai danni della città stessa.
E’ fondamentale premettere un punto fermo: protestare è sacrosanto. Il dissenso, la voglia di discutere il futuro, di criticare i sistemi che non funzionano e di far sentire la propria voce sono l’essenza stessa della gioventù e della democrazia. I ragazzi hanno il pieno diritto di scendere in piazza e di chiedere risposte alle istituzioni. Tuttavia, il problema sorge quando la protesta cede il passo alla violenza, al vandalismo e alle minacce.
Quando si superano questi confini, la violenza non fa che ottenere l’effetto opposto: cancella il messaggio, spaventa le famiglie e finisce per sminuire e delegittimare il valore stesso della protesta. Spaccare una vetrina o intimidire i compagni non rende giustizia a nessuna rivendicazione sociale; trasforma una legittima richiesta di attenzione in un problema di ordine pubblico.
La forza della costruzione dal basso
Chi giustifica i metodi più duri e radicali solleva spesso l’obiezione secondo cui la protesta pacifica e istituzionale non basta a scuotere i palazzi del potere, soprattutto di fronte a un’economia in difficoltà e a un futuro lavorativo incerto. È un’osservazione comprensibile nel malessere che la genera, ma che allo stesso tempo si rivela un po’ miope.
La protesta può e deve essere parte del percorso, ma non può esaurirsi nello sfogo distruttivo. Il vero cambiamento, quello che lascia il segno, parte dal basso e richiede la fatica della costruzione quotidiana. Pensiamo ai giovani che scelgono di non limitarsi a urlare uno slogan, ma entrano nei gruppi animatori, nelle Pro Loco, nelle associazioni culturali e sportive del proprio paese. Ragazzi che diventano rappresentanti d’istituto, che partecipano alle consulte giovanili comunali o che si mettono in gioco negli hackathon e nelle start-up.
In questi luoghi si scontrano con le difficoltà reali dell’amministrare: il rispetto dei budget, la pianificazione temporale e la mediazione. È qui che si forgia la vera forza, scoprendo che essa non risiede nell’atto isolato del singolo che distrugge, ma nella condivisione di intenti di una comunità che sa costruire. Ed è sempre qui che i ragazzi possono comprendere le modalità migliori per far sentire la propria voce. Imparano a proporre, costruire e diffondere la propria idea.
Qualche studioso si era accorto dell’importanza di queste dinamiche ben prima di oggi, basti pensare agli studi sul capitale sociale (R. Putnam) o quelli sulla legge delle 5C (R. Lerner). Non si tratta, quindi, solo di idee o opinioni che qualche nostalgico esprime davanti ad un caffè, ma di veri e propri momenti della formazione personale ben analizzati.
Una nuova classe dirigente per il territorio
Come ha sottolineato Alberto Stefani, Presidente della Regione Veneto, invitando i ragazzi a prendere le distanze da questi modelli negativi, il nostro territorio possiede una straordinaria riserva di "bella gioventù". Una generazione capace di unire la passione civile alla competenza.
Lo dimostra l’impegno amministrativo e politico di chi decide di metterci la faccia. Il giovane consigliere regionale Jacopo Maltauro lo dichiara apertamente: “Il futuro del Paese passa anche dalle candidature dei giovani” e, accingendosi a ritirare un premio tra i “60 under 30 – Giovani che stanno cambiando il Paese”, auspica una maggiore attenzione da parte della classe politica tutta affinché possano spronare i giovani a candidarsi. I giovani che vogliono cambiare le cose devono avere il coraggio di rischiare, di candidarsi, di portare avanti i propri progetti all’interno delle istituzioni e dei partiti. E chi non vuole esporsi in prima persona possiede comunque uno strumento potentissimo: il voto consapevole, per sostenere chi interpreta al meglio le proprie istanze.
Ai media e al mondo dell’informazione spetta infine un compito di coerenza: smettere di dare spazio e cassa di risonanza unicamente alla violenza e agli scontri. Raccontare i tanti giovani che ogni giorno si rimboccano le maniche significa offrire agli adolescenti modelli positivi da emulare. La protesta pacifica ha cittadinanza e valore se si trasforma in energia costruttiva: solo così si cambia davvero il mondo, un passo alla volta (o un voto alla volta).
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