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giovedì 24 settembre 2026

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Consiglio regionale del Veneto

Fine vita in Veneto, legge senza tempistiche

Trentadue sì a un testo riscritto in aula. I termini perentori erano il cuore della proposta popolare dell'Associazione Coscioni, ma la Corte costituzionale li aveva già bocciati in Toscana e in Sardegna. Ora la palla torna al Parlamento.

Luca Zaia, Presidente del Consiglio regionale del Veneto

Il 2 settembre, dopo due giorni di discussione e oltre dieci ore di aula, il Consiglio regionale del Veneto ha approvato con trentadue voti favorevoli, quattordici contrari e cinque astensioni la proposta di legge di iniziativa popolare che stabilisce come il servizio sanitario regionale dovrà trattare le richieste di suicidio medicalmente assistito. È la quarta regione a dotarsi di una norma del genere, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, ed è la prima amministrata dal centrodestra: di qui il rilievo nazionale del voto. Ma la sostanza sta altrove, e va cercata in ciò che nel testo uscito dall'aula non c'è più.

Cosa prevedeva la proposta

La proposta era stata depositata nel 2023 dall'Associazione Luca Coscioni con novemila firme e si chiamava «Liberi subito», perché il suo contenuto vero erano i tempi di risposta. Prevedeva che l'intero procedimento si chiudesse entro venti giorni dalla domanda del malato: dieci per le verifiche della commissione medica, cinque per il parere del comitato etico, gli ultimi per l'attuazione. Quei termini non ci sono più. Non li ha tolti la maggioranza veneta: li aveva già cancellati la Corte costituzionale, prima con la sentenza 204 del dicembre 2025 sulla legge toscana, poi con la sentenza 148 del luglio scorso su quella sarda.

Vale la pena però riassumere il ragionamento della Consulta, perché spiega quasi tutto quello che è successo a Venezia. Da un lato l'accertamento dei quattro requisiti fissati nel 2019 con la sentenza sul caso Cappato (cioè patologia irreversibile, sofferenze giudicate intollerabili dal malato, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e piena capacità di decidere) può richiedere approfondimenti clinici che una scadenza rigida rischia di compromettere, dall'altro, e soprattutto, fissare quei termini non è una scelta puramente organizzativa: se ogni consiglio regionale sceglie i propri, due malati nelle stesse condizioni si trovano davanti a percorsi diversi a seconda della residenza, e il bilanciamento fra autodeterminazione e tutela della vita è materia dello Stato. Nella stessa sentenza, tuttavia, la Corte ha salvato l'impianto delle leggi regionali: le Regioni possono organizzare il proprio servizio sanitario senza attendere il Parlamento, e farmaci, dispositivi e assistenza restano a carico della sanità pubblica. Restano dovute anche verifiche tempestive, con il giudice a disposizione di chi aspetta troppo.

Cosa prevede la legge approvata

Dentro questo perimetro il Veneto ha scritto la propria norma, e ha scelto di occuparsi principalmente di organizzazione. Ogni Ulss dovrà istituire entro trenta giorni una commissione medica multidisciplinare permanente, composta su base volontaria fra i propri dipendenti, che esamina la documentazione, incontra la persona interessata e verifica le condizioni di salute dell'ammalato. Il parere etico resta a un organo distinto, il comitato territorialmente competente, e sopra i due livelli ne compare un terzo: il Comitato bioetico regionale nominato dalla Giunta, che dovrà dare indirizzi comuni. Il medico palliativista entra in commissione con un parere rafforzato, chi se ne discosta deve motivare la scelta. Chi presenta la domanda va informato delle cure palliative disponibili e la partecipazione dei sanitari è volontaria. Sono in larga parte i dieci emendamenti del presidente Alberto Stefani, che li ha rivendicati come una riscrittura in senso di «favor vitae» e che hanno reso il testo votabile per una parte della Lega. Delle tempistiche resta una formula elastica: il percorso dovrà svolgersi «senza ingiustificati ritardi».

L'Aula Consiliare del Consiglio regionale del Veneto

Trentuno domande, tre sì

Se questo accorcerà o allungherà l'attesa, oggi non si può dire. Dal 2019 in Veneto sono arrivate trentuno domande e solamente tre hanno ottenuto il via libera del comitato etico: numeri contenuti, che rendono la posta in gioco individuale più che statistica. Stefano Gheller, di Cassola, attese tre mesi e mezzo prima dell'autorizzazione e morì prima del nulla osta della commissione; in Lombardia la procedura di Domenico Zuccarella durò duecentonovanta giorni. Una commissione permanente, se funziona, evita di ricominciare ogni volta dalla ricerca degli specialisti. Il rimedio contro l'inerzia, però, è un ricorso, da presentare caso per caso. Per chi è malato la differenza non è prettamente teorica, e si misurerà sui primi fascicoli analizzati.

Come si è votato

Il voto, intanto, ha riorganizzato l'aula. Fratelli d'Italia ha votato no con tutti i suoi nove consiglieri; la Lega si è divisa, con undici sì fra cui quelli di Zaia e Stefani, i no del capogruppo Riccardo Barbisan e di Filippo Rigo, l'astensione di Rosanna Conte; Forza Italia ha lasciato libertà di coscienza e ne sono usciti un voto favorevole e due astensioni. I sì arrivati dalle opposizioni sono stati decisivi, come ha ricordato senza giri di parole il consigliere del Pd Alessandro Del Bianco, che attribuisce il risultato anche al percorso scelto stavolta dal suo gruppo: prima una proposta sulle cure palliative, poi l'emendamento che le rende obbligatoriamente offerte a chi presenta domanda. Nel 2024, quando lo stesso testo cadde per un voto solo, il Pd non era compatto.

Il caso più significativo è quello di Jacopo Maltauro, il più giovane dell'assemblea, vicentino, classe 1999, passato a Forza Italia nel 2025 dopo dieci anni di militanza leghista e otto in consiglio comunale a Vicenza. È l'unico del suo gruppo ad avere votato sì: si tratta, ha detto, di prendere atto per via legislativa di un fenomeno che esiste già. La spiegazione personale l'ha costruita su una distinzione che in questa materia si sente pronunciare di rado: è cattolico, ma in Consiglio siede come rappresentante di tutti i veneti, non dei soli cattolici, e quello che la sua generazione chiede alla politica non è il no di principio ma «una laica presa di responsabilità». Si può non condividerlo. È difficile sostenere che non descriva a pieno la funzione che quell'aula stava esercitando.

Il buco lasciato dal Parlamento

Perché ciò che veramente manca resta il passaggio in Parlamento. Al Senato sette disegni di legge sono fermi dal 3 giugno, quando l'assemblea ha approvato una sospensiva e ha rimandato tutto in commissione, e il testo base dei relatori esclude il servizio sanitario nazionale dall'esecuzione della procedura: l'esatto contrario di ciò che la Consulta chiede alle regioni. Il governo, che ha già impugnato le leggi toscana e sarda, avrà sessanta giorni dalla pubblicazione per decidere se fare lo stesso con una regione amministrata dai partiti che lo sostengono. Nel frattempo sedici regioni restano senza regole scritte, e ciascuna delle quattro che ce le ha se le è date da sola. La Corte costituzionale chiede una legge dello Stato dal 2018, e continua tutt'oggi a chiederla.

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