Brasile e Israele, crisi del trumpismo e occasione europea
Sconfitto Bolsonaro in Brasile e ridimensionato Netanyahu in Israele, l’internazionale trumpiana arriva alle elezioni di midterm a basso regime. Per l’Europa una finestra di opportunità che non resterà aperta per sempre.

Nel giro di due giorni, tra domenica 25 e martedì 27 ottobre, due Paesi lontani per storia, cultura e geografia sono andati alle urne con un ospite non invitato in comune: Donald Trump. In Israele il presidente americano si è esposto con un endorsement esplicito per Netanyahu; in Brasile ha mostrato una vicinanza nota al campo dei Bolsonaro, trovandosi poi a dover parlare di «un’altra elezione truccata» a risultato acquisito. In entrambi i casi l’esito è stato meno trionfale di quanto i suoi sostenitori avrebbero sperato.
Un episodio isolato si archivia, due ravvicinati cominciano a somigliare a una tendenza, soprattutto alla vigilia delle elezioni di midterm del 3 novembre, dove Trump rischia in casa quel consenso che all’estero sembra faticare a mantenere. L’internazionale trumpiana, che fino a pochi mesi fa pareva in marcia, mostra qualche crepa. E poiché da ogni crepa passa un po’ d’aria, vale la pena chiedersi che cosa potrebbe farne l’Europa.
Il Brasile, mancato gioiello della corona americana
Una fine ingloriosa per il tentativo del candidato filo-trumpiano Flávio Bolsonaro di ottenere la presidenza della prima potenza economica del Sud America, per numerosi analisti l’unica potenzialmente in grado, per capacità demografica, di risorse e proiezione internazionale, di mettere in discussione l’assertività statunitense nella regione. Dopo l’incredibile, e non manca chi non la creda, rimonta del veterano Luiz Inácio Lula da Silva tra primo e secondo turno, la corsa verso Palácio do Planalto trova indegna conclusione sul sedile di un jet privato in fuga verso Miami. In tasca un passaporto straniero (italiano, per la precisione).
Il colpo grosso sudamericano di Trump non riesce, nonostante negli ultimi anni i successi non siano mancati: Milei in Argentina (2023), Noboa in Ecuador (2023 e 2025), Paz in Bolivia (2025), Kast in Cile (2025) e de la Espriella in Colombia (2026) in Sud America, a cui si aggiungono, in Centro America, Bukele in El Salvador (2019 e 2024), Asfura in Honduras (2025) e Fernández in Costa Rica (2026). Dove non arrivano i voti, a Caracas, arriva la Delta Force. Dove non potrebbe arrivare la Delta Force, in Brasile, arrivano gli evangelici legati alle chiese nordamericane e particolarmente inclini alla vicinanza dei gringo (nel 2022 gli evangelici erano il 26,9% dei brasiliani, pari a 47,4 milioni di persone, contro il 21,6% e i 35 milioni del 2010, secondo il censimento dell’Ibge): questa volta, però, non sono bastati, come sembra non basteranno a Trump per le elezioni che terrà nei prossimi giorni in casa.
Lula ha vinto, ma non è una rivoluzione, le rivoluzioni non vengono fatte da chi è al potere nel suo Paese dal 2003, seppur con alcune interruzioni, né se la presidenza la ottieni con poco più di 3 punti di vantaggio sul tuo avversario. Eppure, anche se non c’è nulla di rivoluzionario in un voto che, di fatto, mantiene gli stessi equilibri politici che hanno governato il gigante sudamericano negli ultimi quattro anni, bisognerà pur trovare una nota di interesse in quello che è successo. Almeno per il gusto di tenerci impegnati da questa parte dell’oceano. Di interessante c’è la reazione della cintura trumpiana ai risultati elettorali: escluso l’argentino Milei, nessuno dei neoeletti presidenti sostenuti da Washington e poc’anzi citati ha rifiutato l’immediato riconoscimento, con annesse congratulazioni, al nuovo, si fa per dire, leader brasiliano, nonostante le accuse di brogli da parte di Trump. Perché è vero che gli Stati Uniti sono un grande Paese che può influenzare, decidere sarebbe forse troppo, il bello e cattivo tempo di nazioni più piccole, ma lo è anche il Brasile. Che tra l’altro è molto più vicino.
Lo stallo d’Israele salva Netanyahu, non il Paese
Neanche il tempo di prendere fiato dopo le sorprese dal Sud America che ecco sopraggiungere una delle elezioni più attese degli ultimi anni. Il voto in Israele monopolizza per alcuni giorni il dibattito pubblico, sia per l’interesse, sia per un sistema di conteggio che si trascina giorno dopo giorno e che, ancora oggi, non ammette la conclusione definitiva delle operazioni di scrutinio. Les jeux, tuttavia, ormai sont faits, ed è ragionevole trattare i numeri come fossero definitivi. 53 seggi alla coalizione di Benjamin Netanyahu (26 per il suo partito, il Likud), 48 per quella del principale sfidante Eisenkot (il cui partito Yashar raggiunge quota 21 seggi), 19 inaspettatamente distribuiti tra i partiti arabi.
Il premier uscente tira un sospiro di sollievo. Nonostante le proteste iniziate ben prima del 7 ottobre; nonostante le accuse di aver sottostimato le capacità offensive dei terroristi di Hamas e di fatto reso possibile l’attacco in cui morirono oltre 1200 tra israeliani e stranieri; nonostante il mandato di arresto internazionale che lo equipara a un Putin qualunque; nonostante l’accoglienza nel suo governo di suprematisti in ruoli cardine come l’ormai mitologico Ministro Ben Gvir; nonostante l’isolamento internazionale mai così alto in cui è scivolato il Paese e che ha contribuito al riaffiorare di diffusi sentimenti antisionisti e addirittura antisemiti come non se ne vedevano da anni; nonostante tutto questo, e molto altro, resta il centro della politica israeliana, resta il candidato più votato.
A tirare un sospiro di sollievo è anche il suo principale alleato internazionale, Trump, per il quale la "maretta" con una fetta degli apparati d’Israele, a cominciare dal Presidente Herzog (che ha mal digerito l’endorsement del tycoon per Bibi a pochi giorni del voto), rende più che mai necessario un forte legame con l’Ufficio del Primo Ministro. Se quella stessa maretta colpisce anche lui tanto meglio, chi condivide la trincea condivide anche il pane. Tra un comizio in uno swing state (categoria sempre più affollata) e l’altro il Presidente americano ha quindi trovato il tempo di intestarsi la vittoria di Netanyahu, «Ho sentito che il mio sostegno ha fatto una grande differenza per Bibi», in un momento in cui trovare vittorie da portare in dote al proprio elettorato sembra sempre più difficile.
Eppure parlare di vittoria in Israele non è cosa semplice, più indicativo è forse il termine “stallo”. Vero è che la coalizione del premier è prima, ma passa dai 64 seggi del 2022 ai 53 di oggi. Vero che la coalizione di Eisenkot si trova con le mani legate, per raggiungere la soglia di governabilità di 61 seggi dovrebbe allearsi con i partiti arabi (in bocca al lupo), ma per Bibi la situazione è la stessa. Resta la strada di un governo di larghe intese, in fondo lo stesso Eisenkot aveva fatto parte del gabinetto di guerra di Netanyahu tra il 2023 e il 2024, ma è difficile farlo tra chi (da e in entrambe le direzioni) lancia l’accusa di essere un rischio per l’esistenza stessa d’Israele.
Herzog rifiuta per il momento di riportare il Paese al voto, i condizionali su cosa potrà essere si sommano e i “se” si è già smesso di contarli. Nel frattempo i fronti di guerra restano aperti, le crisi intestine crescono come la demografia degli arabi israeliani e degli ultraortodossi esclusi dal servizio militare e il sentore di una nuova ondata di attacchi all’Iran, qualcuno dice più muscolare della precedente, si fa sempre più martellante. Uno stato delle cose per il quale il termine “stallo” diventa pericoloso tanto quanto le minacce iraniane, e che se forse non è sinonimo di sconfitta per Netanyahu, lo potrebbe essere per il Paese e per i suoi alleati, compresi quelli che più che su uno stato sembra abbiano puntato su una personalità.
L’occasione per l’Europa
Grande è la confusione sotto il cielo del trumpismo, e, se non ci dovessero essere ulteriori sorprese alle elezioni del 3 novembre negli Stati Uniti, facile immaginare che tale confusione non farà che aumentare. In questi anni il trumpismo è stato da alcuni descritto come una parentesi inattesa e non voluta nella storia americana che l’Europa ha suo malgrado subito. Può darsi, può darsi, ma il giudizio morale ha poco conto se il pensiero va a quali dovrebbero essere le iniziative e gli obiettivi che il vecchio continente ha, o dovrebbe avere, in mente. Un maggiore disimpegno statunitense in casa nostra, una presa di responsabilità strategica da parte dell’Unione Europea non è invenzione di Trump, ma un motivo ricorrente già in epoca Obama e, prima ancora, Bush junior. Trump ha esplicitato il messaggio con meno educazione, oggi siamo in vena di eufemismi, ma al di là dello sgradevole cambio di tono è necessario riconoscere che tale messaggio nei nostri confronti non sia poi così mutato nell’ultimo quarto di secolo.
Ritagliarsi spazi di autonomia è stato un invito da Washington che una classe dirigente europea forse impreparata alla fase storica in cui ci troviamo ha preferito ignorare, oggi che gli interessi tra le due sponde dell’oceano smettono sempre più spesso di correre su binari paralleli potrebbe diventare una necessità che rischia di trovarci in ritardo. L’Ue non può più permettersi di perdere altri anni alla ricerca di figure prone alla dittatura dell’equilibrismo quotidiano e incapaci di interpretare l’evoluzione storica nella quale è immersa, per adesso come comparsa: c’è già stata una Merkel in Europa, e sedici anni di amministrazione condominiale della Germania (e indirettamente del continente) portano oggi ai frutti della crisi che viviamo.
Su alcuni dossier, in particolare l’Ucraina, l’Europa sembra andare verso una giusta visione unitaria e proiettata ad un obiettivo comune, ma molti restano i temi per i quali la volontà di agire in prima persona sembra preferire ritirarsi a riflessione privata. Se protagonista vuole essere, l’Europa protagonista deve fare. La crisi del trumpismo è un’ottima occasione per ricalibrare il grado dell’amicizia verso Washington, un’amicizia che durerà nei prossimi anni come è durata nei burrascosi precedenti, ma che come ogni cosa per sua naturale esistenza vedrà prima o poi dei mutamenti. La volontà di aprire questa stagione di mutazione è arrivata dagli Stati Uniti, sarebbe un’occasione sprecata lasciare che lo stesso fosse per la sua gestione.
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