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domenica 8 novembre 2026

Prospettive Future

GIOVANI

Giovani e politica, perché i partiti devono ascoltarli

Un’analisi che, partendo da alcuni sondaggi sulle intenzioni di voto dei giovani e coinvolgendo il Presidente di YouTrend Giovanni Diamanti, fa emergere un aspetto inderogabile: i partiti devono imparare ad ascoltare i giovani ed attrarli.

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Una ragazza cammina di fronte a manifesti elettorali
Una ragazza cammina di fronte a manifesti elettorali
«Il sondaggio: uno strumento straordinario che permette di avere una proiezione generale di quello che l’opinione pubblica pensa.»

Giovani e politica sembrano procedere su binari paralleli, e un sondaggio pubblicato a inizio ottobre lo conferma con numeri precisi. Secondo la rilevazione Winpoll per Scenari Politici, condotta tra il 21 e il 23 settembre su 500 ragazzi e ragazze sotto i trent’anni, se votassero solo gli under 30 il Parlamento avrebbe un’altra forma. Tuttavia, il dato più pesante e che accomuna ogni giovane elettore è un altro: il 73% degli intervistati ritiene che la politica sottovaluti le loro preoccupazioni, in particolare quelle legate ad una possibile guerra.

Dopo le piazze del 17 ottobre si è parlato molto di giovani, quasi sempre per le vetrine rotte di Milano. Vale quindi la pena guardare la parte della storia rimasta in ombra, cioè una generazione che vota, che ha opinioni precise e che chiede di essere ascoltata. Ai partiti conviene farlo, e per ragioni che vanno ben oltre l’ordine pubblico.

Il voto dei giovani disegna un altro Parlamento

Tra gli under 30 il primo partito è il PD con il 25,8%, mentre Fratelli d’Italia si ferma al 19,2%. Nel sondaggio nazionale YouTrend per SkyTG24, realizzato nelle stesse settimane, l’ordine era rovesciato.

Le distanze più ampie riguardano il centrodestra di governo, perché Forza Italia raccoglie tra i giovani meno della metà del suo consenso nazionale e la Lega poco più della metà. Il quadro, però, non va letto a senso unico: Futuro Nazionale di Vannacci ottiene tra i ragazzi più che nel resto dell’elettorato, e anche partiti centristi come Azione e +Europa guadagnano terreno. Più che un blocco ideologico, insomma, gli under 30 sono un elettorato mobile, che premia chi affronta i temi che sente vicini.

«Non ci ascoltano»: distanze tra giovani e politica

Tre giovani su quattro pensano che i politici sottovalutino ciò che li preoccupa. La quota supera l’85% tra chi vota PD, M5S e AVS, ma resta maggioritaria anche tra gli elettori di Fratelli d’Italia (56%), mentre scende tra il 34% e il 42% soltanto tra chi vota Lega e Forza Italia. È naturale che chi sostiene i partiti di governo si senta più rappresentato; colpisce, però, che la maggioranza dei ragazzi che votano il primo partito d’Italia condivida la sensazione di non essere presa sul serio.

La stessa distanza è emersa durante la Startup Generation Challenge, tenutasi lo scorso 9 ottobre in Gran Guardia a Verona. I giovani hanno esplicitato questo tema in molti modi e, alcuni di loro, hanno anche proposto delle soluzioni concrete per ridurre questo divario e aumentare il coinvolgimento dei giovani, anche attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie.

Otto giorni dopo il movimento «Italia in Piazza», nato da studenti e giovani lavoratori, ha portato in strada il carovita, gli affitti e la precarietà, dichiarandosi apartitico. A Milano, come abbiamo raccontato analizzando le piazze di ottobre, la giornata è degenerata in saccheggi, con 28 arresti e 141 agenti feriti. Le violenze vanno condannate senza ambiguità, e gli stessi organizzatori ne hanno preso le distanze. Resta tuttavia la domanda economica da cui la protesta era partita, e se la politica la archiviasse come un problema di ordine pubblico darebbe ragione proprio a quel 73%.

L’incapacità della politica di comprendere le istanze dei giovani è “un dato di fatto”, secondo Giovanni Diamanti, cofondatore di Youtrend che abbiamo raggiunto perché ci parlasse del tema, e i partiti non possono far altro che prenderne atto e lavorare per raggiungere anche questa fetta di elettorato. E aggiunge anche: «I partiti tradizionali sono in difficoltà, tuttavia è evidente che non esiste alcuna alternativa. L’unico modo è capire come adattarli e riformarli e i partiti devono lavorare in questa direzione».

Timore della guerra trasversale tra i giovani

Il 63% degli under 30 teme che l’Italia venga coinvolta in un conflitto, e al Nord la quota sale al 69%. I due elettorati più preoccupati si trovano ai lati opposti dello schieramento, cioè Forza Italia (77%) e Alleanza Verdi Sinistra (74%), tanto che su questo tema la distanza tra destra e sinistra quasi scompare. Un dato che non stupisce l’esperto, il quale intravede un parallelismo tra questo dato e una posizione sempre più Europeista dei giovani, la quale probabilmente accentua questa contrarietà alla guerra.

Questa preoccupazione non riguarda solo i giovani: Diamanti ci spiega come l’elettorato italiano sia generalmente contrario alla guerra in ogni forma e per ogni nazione. Un aspetto che non è solo l’opinione di chi ha visto e condotto diverse analisi, ma che viene anche confermato dai dati: a marzo, dopo l’attacco all’Iran, un sondaggio Eumetra registrava che il 68% degli italiani giudicava quella guerra sbagliata, con i giovani ancora più contrari della media.

Perché ai partiti conviene ascoltare i giovani

Un ventenne di oggi voterà per altri cinquant’anni, e le appartenenze politiche, come sanno bene i partiti, si formano presto. Chi tra i giovani raccoglie la metà del consenso che ha nel Paese ha quindi un problema che i sondaggi nazionali non mostrano ancora, e questo vale tanto per chi governa quanto per l’opposizione. Ascoltare i giovani non significa inseguirli su ogni richiesta, bensì costruire oggi la base elettorale dei prossimi decenni.

Rovesciando il titolo del film dei fratelli Coen, il rischio è proprio questo: diventare un paese per vecchi. Al 1° gennaio 2026, secondo i dati Istat, gli over 65 erano 14,8 milioni, il 25,1% della popolazione, e l’età mediana aveva raggiunto 49,1 anni, la più alta dell’Unione europea. Nelle urne il divario si allarga, poiché gli elettori tra i 18 e i 24 anni sono circa 3,8 milioni, mentre quelli oltre i 64 superano i 14 milioni. Dal momento che la politica tende a seguire i numeri, nessuno chiede di togliere qualcosa agli anziani; serve piuttosto che le decisioni di oggi tengano conto di chi ne vivrà più a lungo le conseguenze.

Chi parte non torna spontaneamente

Nel 2024 oltre 20.700 laureati italiani tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato il Paese, al netto dei rientri, e il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha ricordato che tra il 2020 e il 2024 ne sono partiti più di 100.000. Nel frattempo l’Italia resta indietro anche per numero di laureati, che tra i 25-34enni sono il 31,6% contro il 44,1% della media europea.

L’obiezione è nota: andare all’estero arricchisce, e molti poi tornano. È vero, e i dati della CGIA aggiungono che tra il 2019 e il 2024 sono arrivati in Italia quasi 88.000 giovani laureati stranieri, quasi quanto gli italiani partiti. La mobilità, dunque, non è il problema in sé; lo diventa quando si trasforma in una strada a senso unico, perché stipendi d’ingresso, casa e possibilità di crescita non reggono il confronto con l’estero. Se i profili più formati se ne vanno senza tornare, l’Italia rischia di competere soltanto sul costo del lavoro, diventando un Paese che forma talenti per altri e offre soprattutto manodopera.

Ascoltare i giovani, da dove cominciare

Ascoltare non significa organizzare un convegno sui giovani con relatori sopra i sessant’anni, e le strade concrete non appartengono a uno schieramento. Si può cominciare misurando l’impatto delle leggi sulle nuove generazioni, in modo che prima di approvare una riforma su pensioni, fisco o casa si sappia come ricadrà su chi oggi ha vent’anni. Occorre poi fare spazio nelle liste e nei ruoli, perché finché nelle istituzioni siederanno pochi under 35 saranno poche anche le persone che vivono per esperienza diretta affitti elevati e contratti a termine (o peggio stage continui).

Ed è in questo senso che alcuni giovani stanno iniziando a muoversi. Ne è esempio Giovani Dentro, un progetto trasversale, che mira a garantire a questa generazione il giusto spazio nelle istituzioni e nei luoghi di rappresentanza. I giovani di questo sondaggio non chiedono di comandare, ma di contare. Votano in modo diverso dai loro genitori, ne condividono la paura della guerra e si sentono lasciati ai margini delle decisioni. Una politica moderata, che preferisce il confronto agli slogan, ha tutto l’interesse a raccogliere questa domanda prima che altri la trasformino in rabbia, perché il 17 ottobre ha mostrato che cosa accade quando una richiesta resta senza risposta.

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