Il 1° agosto, in una piazza di Asiago battuta da una pioggia che andava e veniva, si sono succeduti quattro incontri e una domanda scritta per provocare: l'Italia è un Paese per giovani politici? A rispondere, davanti a una platea di consiglieri comunali, assessori e giovani segretari di partito, sono passati capi ufficio stampa di Regione, dirigenti di movimenti giovanili, un ex vicepresidente del Consiglio e un ex sottosegretario. Era il secondo anno di PiazzAsiago Under30, lo spin-off under 30 del festival Piazza Asiago, organizzato dall'associazione È Già Domani.
A tenere insieme quattro tavoli molto diversi è stata una constatazione, ripetuta da chi ha vent'anni e da chi ne ha il doppio quasi con le stesse parole: lo spazio non si riceve, si conquista, e da soli non si arriva da nessuna parte. I numeri dicono la stessa cosa in modo più freddo. All'inizio di questa legislatura la Camera non aveva un solo deputato under 30 su 400, l'età media dei deputati è 49 anni, e per candidarsi ne servono almeno 25.
Sulle risposte, invece, i relatori si sono divisi parecchio. Chi propone di rendere quasi obbligatoria una formazione all'ingresso in politica, chi punta sulle preferenze, chi sostiene che prima del Parlamento serva un mestiere vero, chi guarda a Bruxelles e chi al proprio quartiere.
Comunicare il governo, non la campagna
Il primo incontro ha messo insieme Walter Milan Vincenzoni, capo ufficio stampa del Consiglio regionale del Veneto e per anni portavoce di Luca Zaia; Veronica Rigoni, che cura la comunicazione del presidente della Calabria Roberto Occhiuto; Giovanni Diamanti, cofondatore di YouTrend e docente di marketing politico a Padova. Il consenso fra i tre è arrivato subito: comunicare un'amministrazione vuol dire tenere in piedi giorno per giorno la credibilità di chi governa, e quel lavoro nessuno lo nota. Il solo ufficio stampa del Consiglio regionale veneto manda migliaia di comunicati l'anno.
Dal tavolo sono uscite tre regole pratiche: aspettare la conferma invece di uscire per primi, rispondere a tutti anche solo per dire di no, comunicare quello che è già stato fatto e mai quello che si promette. L'ultima è la più impegnativa, perché consegna a chiunque il diritto di venire a controllare.
Il resoconto dell'incontro: Il giorno dopo la campagna.
Un piccolo Paese e un continente
Il secondo tavolo ha riunito Francesco Giani, capo segreteria dell'europarlamentare della Lega Isabella Tovaglieri; Ludovico Seppilli, vicepresidente di YEPP; Lorenzo Bugli, Capitano Reggente di San Marino fra l'ottobre 2025 e l'aprile 2026. Su Green Deal, automotive e migrazione le distanze sono rimaste tali. L'esistenza dell'Unione, invece, nessuno dei tre l'ha messa in discussione.
A portare il caso più netto è stato l'unico che in quell'Unione non ci vive. San Marino ha ottenuto dal Consiglio dell'Unione, il 17 luglio, il via libera alla firma dell'accordo di associazione, dopo dieci anni di trattativa. Dieci anni per entrare, mentre altrove si discute di uscire.
Il resoconto dell'incontro: Tre modi di stare in Europa.
Nessuno governa bene da solo
Mauro Fabris e Marco Follini, due carriere nate nella Democrazia Cristiana, hanno tenuto l'incontro più lontano dall'attualità e forse il più diretto. Fabris, che presiede il consorzio dei club della pallavolo femminile di Serie A, ha usato un'immagine di Julio Velasco: costruire il gioco insieme invece di appoggiarsi a una sola giocatrice. Da lì la critica allo spoil system, perché quando il criterio di selezione diventa la fedeltà la pubblica amministrazione si impoverisce.
Follini ci è arrivato dalla parte opposta, quella del confronto, e ha indicato il limite della politica di oggi: si parla quasi sempre ai propri sostenitori, e si rinuncia a convincere chi la pensa diversamente. Poi il ricordo, che ha tenuto ferma la sala. Il telegramma ricevuto da Aldo Moro il giorno dopo la sua elezione alla guida dei giovani democristiani, quando quel partito prendeva più di un terzo dei voti e teneva una scuola interna per i propri quadri. Aveva ventitré anni, era il 1977. Moro sarebbe stato rapito pochi mesi più tardi.
Il resoconto dell'incontro: Nessuno governa bene da solo.
Il Paese per giovani politici
L'ultimo tavolo è stato il più duro. Alessandro Verri, capogruppo della Lega in Consiglio comunale a Milano, Livia Bonacini, dirigente nazionale di Forza Italia Giovani, e Matteo Hallissey, presidente di Radicali Italiani a 23 anni, hanno risposto alla domanda del titolo quasi con le stesse parole: nessuno regala niente.
Hallissey ha raccontato di una premiazione romana in cui Pier Ferdinando Casini disse a una platea di under 30 che dopo quarant'anni di Parlamento non aveva intenzione di farsi da parte. Bonacini ha parlato di resistenza, e della volta che ha occupato la sede del proprio partito per una notte. Verri ha aggiunto la nota più fredda: la sua generazione non ha davanti i giganti di una volta, e uno spazio senza giganti è più facile da aggredire.
Il resoconto dell'incontro: Un Parlamento senza under 30.
La piazza al posto della scuola di partito
Il filo che lega i quattro tavoli è meno consolatorio di quanto sembri. Se una classe dirigente si costruisce con la formazione, il confronto e le relazioni, come ha sostenuto Fabris, allora servono i posti in cui quelle tre cose accadono; e i partiti che quei posti li avevano, per ammissione degli stessi relatori, non li hanno più in quella forma. Ad Asiago ne ha fatto le veci, per una giornata, una piazza con il pubblico sotto gli ombrelli.
Quello che si porta a casa il consigliere comunale di un paese di tremila abitanti, finita la giornata, è più modesto: una squadra con cui dividere le decisioni e un mestiere che gli permetta di dire di no. E qualcuno da convincere che non lo vota già.
