L'ultimo appuntamento della giornata portava un titolo scritto per provocare: l'Italia è un Paese per giovani politici? A rispondere, sul palco di PiazzAsiago Under30, tre persone che a quella domanda hanno già dato una risposta pratica. Alessandro Verri, 31 anni, guida il gruppo della Lega in Consiglio comunale a Milano. Livia Bonacini, 23, è dirigente nazionale di Forza Italia Giovani con delega alla formazione. Matteo Hallissey, 23, presiede Radicali Italiani: ne era diventato segretario nel gennaio 2024, a vent'anni.
Alla domanda del titolo hanno risposto quasi con le stesse parole: nessuno regala niente. Poi dalle biografie si è passati ai numeri, e i numeri danno ragione a chi parla di gerontocrazia. All'inizio di questa legislatura la Camera non aveva un solo deputato under 30 su 400, e gli under 40 erano 65, il 16,2 per cento del totale. L'età media dei deputati è salita a 49 anni. Bonacini ha citato tre under 30, un dato che non trova riscontro nelle rilevazioni disponibili; la sostanza, comunque, non cambia.
C'è anche una barriera che sta scritta in Costituzione, e Bonacini l'ha portata come esempio personale: a 23 anni non potrebbe candidarsi alla Camera, perché l'articolo 56 fissa a 25 l'età minima per essere eletti deputati. Al Senato ne servono 40. Sono soglie che nessuno degli esclusi può cambiare, per definizione.
Il quartiere, l'ateneo, il referendum
Verri è arrivato alla Lega per via del quartiere. A sedici anni si è fatto regalare la bandiera del partito nella sede storica di via Bellerio; ha aspettato la fine del liceo per iscriversi, come gli aveva chiesto la madre, e ha cominciato a ventuno. Racconta che al liceo gli ripetevano che in Italia non avrebbe avuto futuro e che prima o poi sarebbe dovuto andarsene. Ha deciso il contrario. Nel 2016 è entrato nel consiglio del Municipio 4, nel 2021 in Consiglio comunale con 1.073 preferenze, e oggi coordina anche i giovani della Lega in Lombardia. Fuori dalla politica lavora in una cooperativa sociale, sull'inserimento lavorativo di persone fragili.
Bonacini è partita dalla rappresentanza studentesca, prima al liceo e poi in ateneo, dove ha trovato una rappresentanza che secondo lei restava schierata e raramente entrava nel merito. Ha fondato un'associazione universitaria insieme a un'amica di un altro partito. Poi la comunicazione politica, poi il partito. Lavora in ambito sanitario, a supporto della ricerca.
Hallissey è entrato per una battaglia, non per una tessera. Aveva sedici anni ed era troppo giovane per firmare il referendum sull'eutanasia legale promosso da Marco Cappato con l'associazione Luca Coscioni: la raccolta superò 1,2 milioni di firme, 800 mila raccolte su carta, molte più delle 500 mila necessarie. Il 15 febbraio 2022 la Corte costituzionale dichiarò il quesito inammissibile. Da lì è entrato nei Radicali, si è candidato alla segreteria, ha perso, e nel gennaio 2024 ha vinto. È nato nel 2003.
Quello che nessuno concede
Sul come si sale, le tre risposte convergono e non sono consolatorie. Verri dice di aver dovuto sfidare il proprio partito e chi al suo interno occupava le posizioni buone, e aggiunge una considerazione controintuitiva: la sua generazione non ha davanti i giganti di una volta, e questo rende lo spazio più aggredibile.
Bonacini ha usato una parola diversa: resistenza. Da donna, dice, bisogna sgomitare di più, e lo dice senza giri. Qualche mese fa, in disaccordo con alcune scelte del segretario del suo partito, ha occupato la sede e ci ha dormito una notte. La racconta come un gesto un po' folle e come una scelta consapevole: dentro un partito, a volte, farsi sentire richiede di uscire dallo schema.
Hallissey ha portato l'aneddoto più netto. A una premiazione di under 30 a Roma, ha raccontato, Pier Ferdinando Casini si rivolse alla platea di giovani emergenti per dire che dopo quarant'anni di Parlamento non aveva intenzione di farsi da parte, e che sarebbe rimasto finché fisicamente possibile. Da lì la sua conclusione sulla cooptazione: chi viene scelto e coltivato da qualcun altro rischia di restarne solo un'espressione, e prima o poi si vede.
I maestri, e chi non li ha avuti
Alla domanda sulle figure di riferimento, nessuno dei tre ha indicato un leader in carica. Verri ha citato Umberto Bossi, che quando lui è entrato nel partito non lo guidava da anni, e lo ha citato per una ragione tecnica: la capacità di intuire il bisogno di un territorio e costruirci sopra un partito durato trent'anni. Bonacini ha nominato Silvio Berlusconi come fondatore, ma ha spostato subito il discorso sui singoli dirigenti e su persone incontrate in università, fuori dalla politica.
Hallissey non ha mai conosciuto Marco Pannella, morto quando lui aveva tredici anni. Ha raccontato invece di Paolo Vigevani, fondatore di Radio Radicale e per trent'anni tesoriere di Pannella, arrivato nella sede fisica del partito per un'assemblea che si teneva online, e rimasto poi accanto alla nuova dirigenza. Da lui, dice, ha imparato che quella politica si fa mettendoci il corpo: banchetti, disobbedienza civile, sciopero della fame.
Le proposte, e dove si separano
Sulle proposte i tre si dividono. Hallissey ha messo al primo posto la formazione della classe dirigente, prima ancora dei salari o della casa: la politica non è percepita come autorevole perché chi la fa spesso non lo è, e in Parlamento arriva gente che non conosce il collegio in cui è stata eletta. Da qui la sua preferenza per il voto di preferenza e per una formazione quasi obbligatoria all'ingresso. Ha aggiunto una frase che in una platea di aspiranti amministratori pesa: troppi fanno politica senza aver mai lavorato un giorno.
Bonacini ha messo al primo posto la salute mentale, con l'ipotesi di uno psicologo di base, e l'educazione affettiva nelle scuole. Sul fisco ha preso una posizione che nella sua maggioranza non è scontata: dopo quattro anni di governo la pressione fiscale è salita, e sarebbe troppo comodo promettere tagli. Il dato le dà ragione. Nel 2025 la pressione fiscale ha toccato il 43,1 per cento del PIL secondo l'Istat, dal 42,4 dell'anno prima, il livello più alto da undici anni.
Ha poi allargato all'Europa, chiedendo una federazione su pochi punti, politica estera e difesa in testa, e citando la battuta ormai diffusa fra i diplomatici: chi non siede al tavolo finisce nel menù. Sul costo di aprire un'impresa ha portato un confronto fra Italia, Francia e Regno Unito, senza indicarne la fonte.
Chi cambia le regole
La diagnosi su cui i tre si trovano d'accordo ha una conseguenza che nessuno ha reso esplicita. Se il Parlamento risponde soprattutto a chi lo elegge, e fra chi lo elegge i giovani sono pochi, la composizione anagrafica delle Camere si autoalimenta: pochi eletti giovani, poche politiche per i giovani, meno ragioni per andare a votare. Le due leve indicate dal palco, la formazione dei quadri e il ritorno alle preferenze, dipendono entrambe da chi quelle regole le scrive oggi. L'articolo 56 si cambia con la maggioranza di una Camera la cui età media è 49 anni.
