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giovedì 24 settembre 2026

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Crisi Lega: Salvini, Vannacci e la resa dei conti in Veneto

Un partito sceso sotto il 6% nei sondaggi, un comitato che vuole riesumare la vecchia Lega Nord, un generale che ne erode i voti e un Veneto dove l’ex governatore pesa ancora più del suo successore: la crisi della Lega raccontata da via Bellerio a Palazzo Balbi.

Crisi Lega: Salvini, Vannacci e la resa dei conti in Veneto

La crisi della Lega si sta consumando su due fronti che si alimentano a vicenda. A Roma, un partito in caduta libera nei sondaggi affida la propria tenuta a un fortino sempre più stretto attorno al leader, mentre chi guarda al Nord riapre un vecchio contenitore mai davvero chiuso. In Veneto, terra storica del Carroccio, lo stesso smottamento assume però una forma diversa e più personale, fatta di alleanze mutevoli ed eredità politiche contese.

La faglia nazionale: il fortino di via Bellerio e lo spettro della scissione

È nato un comitato per costringere il commissario Igor Iezzi a convocare il congresso federale della vecchia “Lega Nord per l’indipendenza della Padania” — il partito storico mai sciolto a causa del debito rateizzato di 49 milioni di euro. Non è una sterile operazione nostalgia, ma il tentativo concreto di riattivare un contenitore giuridico e politico alternativo a trazione settentrionale, pronto per essere utilizzato in vista delle prossime elezioni politiche qualora la leadership nazionale non dovesse cambiare rotta. A promuoverlo sono i dissidenti del Nord: i governatori in carica Attilio Fontana (Lombardia) e Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia Giulia), il capogruppo alla Camera Igor Romeo, e Luca Zaia — che pur non essendo più alla guida esecutiva del Veneto (il suo terzo mandato si è concluso il 5 dicembre 2025, e da allora presiede il Consiglio regionale) resta la figura più autorevole e ascoltata dell’intera area settentrionale del partito.

I numeri spiegano l’urgenza di questa mossa: dall’apogeo del 34,3% delle europee 2019, la Lega è scivolata a un intervallo tra il 5,7% e il 5,9%. Anche la pattuglia parlamentare si è assottigliata nel corso della legislatura, passando da 95 a 86 eletti, pur mantenendo un peso determinante nel governo con cinque ministeri chiave.

Per rispondere a questa emorragia, Matteo Salvini ha scelto la strada del fortino: una cerchia sempre più stretta di fedelissimi e militanti della prima ora (spesso di matrice milanese, come Iezzi e Morelli) a cui affidare la difesa del leader. Tuttavia, l’iniziativa di sollecitare una “difesa social” d’ufficio per Salvini ha finito per rivelare l’esatto contrario: il gruppo dei salviniani di stretta osservanza è ormai minoritario nel partito.

A far tremare via Bellerio, dunque, non è solo il calo nei sondaggi, ma la scelta di chi — nel Nord del Paese — non aspetta più che la situazione si risolva da Roma, e lavora apertamente a un’alternativa.

Veneto: la terra promessa diventata campo di battaglia

Se a livello nazionale la Lega trema, in Veneto si consuma la vera guerra di trincea per l’egemonia del Nordest. Qui, il decadimento del vecchio consenso leghista ha subito un’accelerazione scandita da tappe precise, svelando un profondo scontro generazionale e identitario — reso ancora più delicato dal fatto che, dal dicembre 2025, alla guida della Regione non c’è più Zaia ma il suo giovane successore Alberto Stefani, eletto con il 64% dei voti e oggi alle prese con l’ingombrante eredità politica del predecessore.

La prima tappa: l’asse Zaia-Berlusconi e la tentazione liberale

La prima vera scossa tellurica risale al 22 aprile, quando Luca Zaia ha incontrato Marina Berlusconi a Milano, nella residenza di corso Venezia. Un faccia a faccia di due ore — avvenuto alla presenza dell’Ad di Fininvest Danilo Pellegrino — che ha mandato in fibrillazione i vertici leghisti e di Forza Italia, a dimostrazione di come Zaia, pur privo ormai di potere esecutivo diretto, resti un attore politico che nessuno può permettersi di ignorare.

Sebbene l’entourage di Zaia abbia sminuito l’evento parlando di progetti editoriali e del suo podcast, l’incontro ha confermato la progressiva mutazione dell’ex governatore verso posizioni decisamente più liberali e attente ai diritti civili (dal fine vita al testamento biologico). Per molti osservatori, si è trattato di una manovra di avvicinamento alla famiglia Berlusconi, in un momento in cui l’arcinemico storico di Zaia, Flavio Tosi, scalava Forza Italia in Veneto. Lo strappo si è consumato anche internamente, con Zaia che ha rifiutato la proposta di Salvini di nominarlo vicesegretario federale per non indebolire la sua presa sul territorio.

La seconda tappa: l’avvento di Vannacci e la “guerra delle tessere”

Mentre Zaia guardava a Milano, a rompere definitivamente gli argini nel territorio veneto è stato l’avvento di Roberto Vannacci e del suo movimento “Futuro Nazionale”. Il generale, candidato da Salvini come “aggregatore” esterno, ha finito per cannibalizzare la Lega stessa. Negli ultimi sondaggi nazionali disponibili, Futuro Nazionale ha raggiunto il 7,5%, superando Forza Italia (7,1%) e distanziando in maniera sempre più netta il Carroccio.

Ma è sul territorio che si consuma il dramma. In Veneto è esplosa una vera e propria “guerra delle tessere”: il movimento di Vannacci ha registrato un boom clamoroso arrivando a rivendicare 14.064 iscritti in soli sei mesi, surclassando i circa 9.000 militanti dichiarati dalla storica Liga Veneta del commissario Andrea Tomaello. Il sorpasso è evidente anche in Friuli Venezia Giulia, dove Vannacci vanta 5.000 iscritti contro i meno di mille militanti leghisti. Questa avanzata è stata alimentata da una massiccia campagna acquisti e passaggi di casacca: esponenti di spicco hanno abbandonato il Carroccio per tessere le lodi del Generale.

Terza tappa: la rivolta degli ex assessori e l’alleanza dei “due Papi”

Questa tensione si è riversata inevitabilmente nelle istituzioni venete. Pochi mesi fa, in Consiglio Regionale, è scoppiata la rivolta degli ex assessori zaiani. Figure storiche del calibro di Roberto Marcato e Francesco Calzavara hanno attaccato frontalmente il capogruppo leghista Riccardo Barbisan, colpevole di non aver difeso a sufficienza l’operato storico della giunta Zaia di fronte agli attacchi delle opposizioni. Una spaccatura evidente tra il “nuovo corso” rappresentato dal presidente Alberto Stefani — anche vicesegretario federale della Lega — e la vecchia guardia legata a Zaia.

Eppure, la politica sa essere paradossale. Proprio nel momento di massima tensione tra le due correnti, si è consumato quello che i giornali locali hanno definito il “miracolo dei due Papi”. Sul delicatissimo ddl per il fine vita (suicidio assistito), Zaia e Stefani hanno siglato una ferrea alleanza legislativa per portare a casa il risultato — a riprova che l’ex governatore e il suo successore sanno ancora remare nella stessa direzione quando serve. Zaia ci ha messo la faccia pubblicamente con lettere aperte e video, mentre il giovane “governatore-giurista” Stefani ha lavorato dietro le quinte per cesellare gli emendamenti e mediare all’interno della coalizione, dimostrando che, almeno sui temi etici (così come sull’autonomia), l’asse veneto sa ancora trovare una sintesi.

Conclusioni

Quello che emerge da via Bellerio a Pontida, passando per il Veneto, è il ritratto di un partito tenuto insieme più dalla forza d’inerzia che da un progetto condiviso: un leader nazionale che si trincera invece di allargare il consenso, governatori settentrionali che riesumano un contenitore mai sciolto, un generale che gli erode voti e tessere in casa propria, e un ex governatore che — pur senza più potere esecutivo — continua a pesare più di chi gli è succeduto. Salvini riuscirà a tenere insieme un partito diviso tra il fortino romano e la fronda del Nord, o la spaccatura è ormai solo questione di tempo? Pontida, in questo senso, rischia di essere molto più di un semplice raduno: sarà il primo vero test di tenuta.

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