Sono partiti da due punti diversi e sono arrivati alla stessa frase: nessuno governa bene da solo. A PiazzAsiago Under30, davanti a una platea di amministratori under 30, Mauro Fabris e Marco Follini hanno tenuto l'incontro che chiudeva il ciclo dedicato alla formazione politica. Nessuno dei due è più in Parlamento da oltre un decennio. Le due cose più concrete che hanno detto riguardano però il presente: come si sceglie chi lavora dentro un'amministrazione, e a quali condizioni conviene entrare in politica.
Fabris è arrivato al punto per via dello sport. Presiede da anni il consorzio dei club della pallavolo femminile di Serie A, e ha usato l'immagine di Julio Velasco: costruire il gioco insieme invece di appoggiarsi a una sola giocatrice. Un buon amministratore, ha detto, non è quello che vuole decidere e sapere tutto da sé, ma quello che sa scegliere una squadra di persone competenti. Da lì la critica più netta della serata, rivolta allo spoil system, la pratica per cui chi vince le elezioni sostituisce parte dei dirigenti con persone di propria fiducia. Se il criterio diventa la fedeltà, ha sostenuto, la qualità della pubblica amministrazione si impoverisce nel tempo.
Le due biografie spiegano perché le loro conclusioni pesino in modo diverso. Fabris, classe 1958, è passato dalla Democrazia Cristiana al CCD di Pier Ferdinando Casini nel gennaio 1997; fra il 1998 e il 2001 è stato sottosegretario ai Lavori pubblici nei due governi D'Alema, alle Finanze e poi all'Industria con delega al commercio estero e al turismo nel secondo governo Amato; nel 2001 è entrato al Senato. Oggi è vicepresidente dell'ANEV, l'associazione dell'energia eolica. Follini, romano, classe 1954, è stato segretario nazionale del movimento giovanile della DC dal 1977 al 1980, segretario dell'UDC dal 2002 al 2005 e vicepresidente del Consiglio nel secondo governo Berlusconi, fra il 2004 e il 2005.
Convincere chi non ti vota già
Follini è arrivato alla stessa conclusione di Fabris passando dalla parte opposta, quella del confronto. La politica non è improvvisazione né scontro urlato, ha detto: è costruzione paziente di legami, di amicizia, di fiducia, un lavoro di ogni giorno più che un'invenzione isolata. Il limite che ne fa discendere riguarda il presente e non risparmia nessuno schieramento. Oggi si parla quasi sempre agli stessi, ai propri sostenitori, e si rinuncia allo sforzo di convincere chi la pensa diversamente.
È lo stesso rischio letto da due lati. Fabris lo chiama squadra chiusa, Follini bolla. Il punto in cui coincidono è la conseguenza pratica: un gruppo dirigente che parla solo a sé stesso smette di ricevere informazioni che non gli piacciono, e le informazioni che non piacciono sono quelle che servono.
Restare sé stessi, e avere un lavoro
Sulla figura del politico entrambi hanno usato parole ruvide. Fabris ha messo in guardia dal politico politicante, quello che recita la parte invece di viverla, e ha consigliato ai presenti un profilo sobrio costruito nel tempo, senza scorciatoie verso la visibilità. Follini ha affrontato lo stesso nervo distinguendo fra emozione pubblica ed emozione privata: trasparenza sulla sfera pubblica, riserbo su quella personale, senza trasformare ogni sentimento in scena. Un codice antico, ha riconosciuto lui stesso. Lo considera ancora valido.

Fabris è andato oltre, e ha prescritto invece di osservare. La politica non deve diventare un mestiere, perché chi ne dipende per vivere finisce per essere disposto a tutto pur di restarci. Ha ammesso di essere passato lui stesso vicino a quella tentazione. La condizione che indica come necessaria è avere già un lavoro e un'indipendenza economica prima di entrare in Parlamento.
Follini ha guardato la stessa questione dal lato generazionale, e senza rimpianto. La sua generazione viveva la politica come una febbre diffusa nelle scuole degli anni Settanta, alla quale era difficile sottrarsi, con conseguenze non sempre buone. Quella di oggi è più diffidente e più selettiva sul tempo che le dedica, e ha scoperto che nella vita ci sono altre cose che contano. Non lo considera un peggioramento, a una condizione: che l'impegno resti, e che sia consapevole.
Il telegramma
Il passaggio che ha tenuto più ferma la sala è stato un ricordo. Follini ha raccontato il rapporto con la classe dirigente della Prima Repubblica, da Giulio Andreotti ad Aldo Moro, e la convinzione, in quegli uomini, di poter imparare dai più giovani quanto insegnavano loro. Il simbolo, per lui, resta il telegramma ricevuto da Moro il giorno dopo la propria elezione alla guida dei giovani democristiani. Aveva ventitré anni. Moro sarebbe stato rapito pochi mesi più tardi.
Fabris ha spostato lo stesso tema su un piano più freddo. Quella che manca, ha osservato, è la formazione della classe dirigente, e il problema non riguarda la sola politica: anche nei sindacati e nelle associazioni, negli ultimi anni, il ricambio ha smesso di essere strutturato e continuo. O per cooptazione, o niente.
Le condizioni che non ci sono più
Le due prescrizioni uscite dalla serata sono concrete e appartengono a mondi diversi. Scegliere per competenza e non per fedeltà è una regola che riguarda chi già amministra. Avere un lavoro prima del Parlamento è una condizione che riguarda chi vorrebbe entrarci, e che oggi filtra più di quanto filtrasse allora.
Resta il telegramma, che è la parte più difficile da replicare. Follini lo ricevette da segretario del movimento giovanile di un partito che prendeva più di un terzo dei voti e teneva una scuola interna. Quella struttura non esiste più in quella forma, e nessuno dei due ha sostenuto che possa tornare. Della lezione sopravvive la parte trasferibile: una squadra dentro, un mestiere fuori, e qualcuno da convincere che non ti vota già.
