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giovedì 24 settembre 2026

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Legge elettorale

Legge elettorale 2026: cosa prevede il “Melonellum”

La nuova legge elettorale potrebbe vedere la luce nelle prossime settimane. Il testo del cosiddetto “Melonellum” (o “Stabilicum”), ora al Senato, attende il voto del 15 settembre forte di una raggiunta intesa unitaria tra i partiti della maggioranza che dovrebbe evitare il ripetersi della sbavatura registratasi alla Camera attorno al nodo delle preferenze, ma gli scenari possibili restano tuttora diversi.

processo di voto
«Non c'è nulla di più potente di un'idea il cui tempo è arrivato»

La nuova legge elettorale, dopo mesi di lavoro parlamentare, è entrata ora nella sua fase decisiva. Un testo, quello che andrebbe a sostituire l’attuale “Rosatellum”, che punta nelle intenzioni del governo a favorire la formazione di maggioranze stabili ed esecutivi in grado di concludere la legislatura, un incentivo per superare quella prassi che ha portato dal dopoguerra ad oggi al susseguirsi di più di sessanta esecutivi.

Dopo il voto di luglio, con il passaggio del testo alla Camera ma la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, l’inizio di agosto ha visto il riunirsi dei leader dei partiti di governo. Al termine dell’incontro, l’ultimo prima della pausa estiva, viene confermato il raggiungimento di un’intesa che eviti il ripetersi della sbavatura di poche settimane prima, un’intesa che sarebbe garantita da un nuovo emendamento unitario (non più a sola firma di Fratelli d’Italia, Udc e Noi Moderati) sulle preferenze da presentare in Senato per il voto, non segreto, di settembre.

Riforma della legge elettorale: cosa prevede il “Melonellum”

Il “Melonellum” (dal nome della premier, altrimenti “Stabilicum” per richiamarne l’obbiettivo dichiarato) presenta un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza: sarebbero, salvo future modifiche, 70 i seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione (o - si conceda il volo pindarico - il partito) che raggiungesse il 42% dei voti validi. A calmierare il rischio, costato in passato la bocciatura di altre leggi elettorali, di sovra-rappresentazione, un tetto massimo al numero di deputati e senatori, rispettivamente 220 e 113. L’assegnazione dei seggi, poi, sarebbe prevista attraverso liste bloccate corte, da due a sei nomi. Altro elemento del testo che non ha mancato di ravvivare il dibattito pubblico, e non solo pubblico, l’obbligo per ogni coalizione di indicare, già al momento della presentazione delle liste, il nome del candidato premier.

Questa la fotografia del testo dopo l’approvazione alla Camera dello scorso 16 luglio (217 voti favorevoli, 152 contrari e 2 astenuti), approvazione alla quale è seguito il passaggio all’esame della Commissione Affari Costituzionali del Senato, dove ora si trova, in attesa del voto in Aula calendarizzato per il 15 settembre. Principale novità di queste settimane, come anticipato, l’incontro dei leader della maggioranza di inizio agosto per sciogliere, prima della pausa estiva, il nodo delle preferenze, la bocciatura del cui emendamento il 14 luglio aveva evidenziato malumori in seno al centrodestra. Messo, momentaneamente, da parte il tema della trentina, forse più, di franchi tiratori che erano riusciti ad affossare l’emendamento per un solo voto, l’incontro tra Meloni, Tajani, Salvini e Lupi è riuscito a ricompattare la coalizione in vista del voto di settembre. Il nuovo testo condiviso prevede capilista bloccati e una lista di sei nomi tra i quali l’elettore potrà scegliere fino ad un massimo di tre preferenze, oltre a nuove regole sull’alternanza di genere estese ora anche ai collegi uninominali di Trentino – Alto Adige.

Le posizioni dei partiti sulla nuova legge elettorale

Per quanto riguarda le forze della maggioranza, il riallineamento programmatico seguito all’intesa di inizio agosto dovrebbe garantire l’unità al prossimo voto di settembre, dove anche il nodo preferenze non sembra possa preoccupare le rispettive segreterie. Vero crash test sull’accordo raggiunto sarà tuttavia il ritorno del testo alla Camera atteso per fine settembre, quando, ancora una volta, il voto sarà segreto. Tra le voci della coalizione, comunque, si respira un discreto ottimismo per quella che il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè (Forza Italia) ha riassunto essere “una legge che va bene perché contempla tutte le forze”.

Linea di contrarietà al testo, con toni che arrivano a parlare di “premierato mascherato”, arriva invece dal fronte delle opposizioni maggiori, i cui attacchi si sono fatti particolarmente intensi attorno al tema delle preferenze, senza tuttavia mancare di esprimere critiche, seppur in maniera più defilata, per l’obbligo di indicazione del candidato premier. Questo punto in particolare ha impresso un elemento di ulteriore frizione al dibattito interno al campo largo attorno alla questione del leader della coalizione di centrosinistra per le prossime politiche, questione che appare ad oggi ancora lontana dall’essere sciolta.

Diverse le obiezioni anche da parte di diversi piccoli partiti centristi, con +Europa in prima fila nel criticare l’emendamento relativo alla soglia di sbarramento ed il meccanismo di ottenimento del seggio per i partiti sotto tale soglia ma parte di coalizioni maggiori.

I prossimi passaggi della legge elettorale

I prossimi passaggi della legge elettorale saranno nelle prossime settimane scanditi da un calendario preciso: deposito dell’emendamento unitario sulle preferenze entro il primo di settembre, discussione in Aula al Senato a partire dal 9 e voto finale il 15 dello stesso mese. Se il testo fosse approvato senza ulteriori modifiche sostanziali passerà nuovamente alla Camera per la terza lettura attesa per fine settembre, prima dell’avvio della sessione di bilancio.

Lo scenario più probabile per il voto in Senato, voto palese, appare ormai delineato e l’attesa generale è quella di un risultato più in linea alle attese rispetto a quanto successo a luglio. Pur attendendosi un passaggio al Senato privo di sorprese, tuttavia, è sull’impianto generale della legge (tenuta del premio di maggioranza al 42%, conferma del tetto massimo dei seggi, assetto definitivo delle liste corte, preferenze) che si giocherà la partita più importante delle prossime settimane, quella della terza lettura alla Camera a fine settembre. Sarà solo allora che si vedrà se la coalizione, oltre che sul tema preferenze, saprà mantenere la coesione anche sugli altri articoli della riforma.

Proprio attorno a questo tema si sviluppa un’incognita di fondo: quella relativa alla tenuta della maggioranza e al rischio, o la minaccia, di elezioni anticipate. Il governo raggiungerà il 4 settembre 2026 il record di longevità della storia repubblicana (un obbiettivo di cui la premier non fa mistero), e i parlamentari al primo mandato matureranno il diritto alla pensione solo il 14 aprile 2027. Questo intreccio di date rende, sulla carta, uno scenario di crisi meno probabile nei prossimi mesi: buona parte dei parlamentari hanno un interesse diretto a evitare elezioni anticipate prima di quella soglia. Tuttavia il precedente di luglio mostra come, con il voto segreto, anche un numero relativamente ridotto di dissidenti potrebbe ribaltare il risultato, un rischio che la terza lettura alla Camera riproporrà identico.

Legge elettorale e società: cosa dice il sistema elettorale che scegliamo

Una legge elettorale non è solo un sistema meccanico, un asettico tecnicismo di conteggio dei voti, ma uno degli strumenti alla base del tipo di rappresentanza che una comunità politica intende darsi. La scelta di temperare un sistema proporzionale con un correttivo maggioritario racconta in questo senso la ricerca di un equilibrio che il Paese insegue da tempo tra due legittime esigenze: la fedeltà della rappresentanza delle diverse sensibilità politiche dell’elettorato e la capacità di tradurre tale rappresentanza in esecutivi in grado di governare con un certo grado di continuità.

L’introduzione delle preferenze, in questo senso, va letta come una risposta alla domanda di partecipazione che, soprattutto da parte dei territori, si è fatta negli ultimi anni sempre più impellente. Non per questo, certamente, si può ignorare precedenti quali il referendum del 1991, quando gli elettori scelsero di ridurle, le preferenze. Allo stesso modo, tuttavia, non si può ignorare il clima (segnato dagli scandali di Tangentopoli) in cui tale decisione venne alla luce, così come gli effetti – o meglio, i mancati effetti – che quel voto comportò. Ad oggi, ad oltre trent’anni di distanza, il bilancio della stagione di riforme maggioritarie che seguì quel referendum non ha saputo porre un freno a quei problemi che intendeva affrontare: la fiducia nei partiti non è cresciuta, mentre l’astensionismo è arrivato a livelli mai visti prima, superando sempre più spesso la soglia d’allarme del 50%. È un dato che dovrebbe invitare a guardare con minor pregiudizio, e particolare attenzione ai correttivi introdotti, uno strumento come quello delle preferenze temperate: non un semplice ritorno al passato, ma un tentativo di ricucire, con le dovute cautele, quel legame tra eletti e territori che le sole liste bloccate si sono dimostrate sempre più incapaci di interpretare.

Il tema più ampio, quello della crisi della rappresentanza e del crescente astensionismo, resta naturalmente più complicato e con maggiori ragioni di quante una singola legge elettorale possa affrontarne, lo stesso Presidente della Repubblica Mattarella ha parlato di “democrazia a bassa intensità”, avvertendo che sarebbe illusorio pensare di risolverla attraverso soli strumenti tecnici. È un monito di valore, che non svilisce il tentativo in corso ma deve accompagnarlo: una riforma che rafforzi le possibilità di spazio di scelta per l’elettore e stabilità potrebbe rappresentare comunque un passo nella giusta direzione.

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