ViAmbiente, un nome e un'ombra
Un Comune dell'Ovest vicentino vota la fusione con Agno Chiampo Ambiente e impegna il sindaco su quorum più alti, conti separati e una perizia indipendente sulla società del capoluogo. Sono condizioni che ruotano attorno a una domanda che nessun atto formula: la società costruita per tenere lontani i grandi operatori privati potrebbe un giorno finire nelle mani di uno di loro?

«Il patto che fa agire come un solo soggetto una proprietà frammentata consente anche di consegnarla intera»
Nelle settimane in cui settantadue consigli comunali della provincia sono chiamati a dare mandato ai sindaci sulla fusione tra ViAmbiente e Agno Chiampo Ambiente, il consiglio di un Comune dell'Ovest vicentino socio di ACA ha accompagnato il proprio voto con una serie di indirizzi che il sindaco dovrà portare in assemblea come condizioni vincolanti. Chiede di portare al 65 per cento il quorum costitutivo e al 55 per cento quelli deliberativi, calcolati insieme sul numero dei soci, sulla popolazione servita e sulle quote; chiede che gli eventuali incassi legati alla gestione post-operativa della discarica di Pontesello tornino ai soli Comuni ex ACA e che le spese della causa con Schio e Torrebelvicino restino a carico degli ex soci di Alto Vicentino Ambiente; chiede infine di sostenere una proroga della concessione del Comune di Vicenza e di affidare a un collegio di tre esperti, presieduto da una figura indicata dall'Ordine dei commercialisti, un parere vincolante sul valore di Valore Ambiente, la società del gruppo Magis che raccoglie i rifiuti del capoluogo, da rendere entro il 31 marzo 2027. Letto voce per voce, l'elenco ha l'aspetto di un documento contabile. A tenerlo insieme è una preoccupazione politica che il testo non nomina mai, e che riguarda l'argomento con cui l'intera operazione è stata presentata ai territori: nel dicembre scorso i sindaci di ViAmbiente scrivevano che le concessioni in scadenza tra il 2027 e il 2029 imponevano di costruire in fretta un unico gestore pubblico, per evitare così l'arrivo di grandi player privati. Se il pericolo è quello, conviene chiedersi da quali porte potrebbe entrare.
Da sei gestori a uno
Il percorso comincia con la riforma regionale che ha diviso il Veneto in bacini, affidando a ciascun Consiglio di Bacino la programmazione e l'affidamento del servizio. Quello di Vicenza riunisce circa novanta Comuni, cioè la provincia senza il Bassanese e l'Altopiano di Asiago, e nel 2021 chiese all'unanimità ai gestori allora attivi di aggregarsi. Il primo passo è stato la fusione tra Alto Vicentino Ambiente, che serviva 31 Comuni, e Soraris, che ne serviva 18: l'atto è stato firmato il 23 dicembre 2025 e dal 1° gennaio ViAmbiente gestisce i rifiuti di circa 310mila abitanti. Schio e Torrebelvicino, contrari a lasciare il termovalorizzatore di Ca' Capretta dentro una società destinata ad allargarsi, hanno comunicato il recesso alla fine di dicembre, la società lo ha giudicato tardivo e inefficace e la contesa è finita davanti al Tar con ricorsi incrociati.
A fine giugno è stato depositato il progetto di fusione con Agno Chiampo Ambiente, che serve 23 Comuni dell'Ovest: ne nascerebbe un gestore da 72 Comuni, circa mezzo milione di abitanti e oltre 70 milioni di fatturato, nel quale ai soci di ACA spetterebbe il 14,5 per cento delle azioni. La relazione Villani sul rapporto di cambio attribuisce a ViAmbiente un valore di circa 87,8 milioni e ad ACA di circa 14,8, ma lavora su dati forniti dai due management, assume come illegittimo il recesso di Schio e Torrebelvicino e tratta invece come perso il contenzioso di Pontesello, nel quale ACA ha già ottenuto una sentenza favorevole in primo grado. Il 29 giugno una nota firmata da tredici sindaci di ACA ha chiesto di non votare prima che la vicenda di Schio fosse chiarita; da settembre i consigli comunali deliberano comunque, a partire da Brendola che ha approvato all'unanimità, e l'atto di fusione è atteso entro gennaio 2027. Resta fuori il capoluogo, servito da Valore Ambiente con una concessione che scade a marzo dello stesso anno. Il programma del Consiglio di Bacino prevede che il gestore unico in house sia costituito entro il 2027 e riceva l'affidamento entro il 2028, e indica il 2030 come termine ultimo.
La porta principale è chiusa
Il primo dato da fissare è giuridico, e va nella direzione rassicurante. Una società in house può ricevere affidamenti diretti soltanto se nel suo capitale non ci sono privati, salvo partecipazioni imposte da una legge e prive di poteri di controllo o di veto: lo stabilisce l'articolo 16 del testo unico sulle società a partecipazione pubblica, in linea con le direttive europee. Finché ViAmbiente resta in house nessun operatore può comprarne le azioni, e il Comune che volesse cederne una quota otterrebbe soltanto di far perdere a tutti gli altri il titolo per l'affidamento diretto. L'acquisizione strisciante, fatta di pacchetti rilevati uno alla volta dai Comuni più piccoli o più in difficoltà, è esclusa dalla natura stessa del modello, e chi immagina un compratore che bussa alla porta di settantadue municipi sta guardando lo scenario meno probabile.
Le porte laterali
Le strade realistiche sono tre, e passano tutte per il venir meno dell'in house oppure per una scelta dei soci.
La prima riguarda la tenuta del modello. Il decreto del 2022 sui servizi pubblici locali consente l'affidamento in house sopra le soglie europee solo sulla base di una «qualificata motivazione» che spieghi perché non si ricorre al mercato e quali benefici ne ricava la collettività in termini di investimenti, qualità del servizio e costi per gli utenti, anche alla luce dei risultati delle gestioni precedenti; la delibera va pubblicata sul portale dell'Anac e la gestione è sottoposta a verifiche periodiche. È un onere che il Consiglio di Bacino dovrà sostenere al momento dell'affidamento al gestore unico, e i numeri oggi disponibili non lo rendono una formalità: secondo il bilancio integrato 2024 di Utilya, la società mista pubblico-privata che serve sedici Comuni del bacino, il costo è di circa 94 euro per abitante con una raccolta differenziata dell'86,5 per cento, mentre ViAmbiente e ACA rivendicano tariffe inferiori ai 120 euro. A questo si aggiunge il controllo analogo congiunto, che deve essere effettivo per ciascun Comune affidante. Schio e Torrebelvicino sostengono di esserne stati di fatto privati, il comitato Civitas Schio lamenta che gli organismi di controllo dei sindaci si siano ridotti da una fusione all'altra, e la stessa Alto Vicentino Ambiente, annunciando i ricorsi contro i due Comuni, ha scritto che senza controllo analogo congiunto l'affidamento diretto perde la propria ragion d'essere. Se un giudice o l'Anac ritenessero debole la motivazione o incompleto il controllo, il Consiglio di Bacino dovrebbe scegliere tra la gara e la società mista, e l'aggregazione produrrebbe allora l'effetto contrario a quello per cui è nata: un lotto da mezzo milione di abitanti, con un termovalorizzatore, due discariche e una rete di teleriscaldamento, è alla portata di pochissimi operatori italiani, quasi tutti quotati in borsa.
La seconda porta è quella dei capitali. La relazione Villani ricorda che una parte dei ricavi di ViAmbiente deriva dalla vendita dell'energia elettrica prodotta dal termovalorizzatore, attività che sfugge alla regolazione tariffaria dell'Arera, e il piano industriale guarda a una nuova linea da circa 80 milioni di euro, alla quale il Comune che ospita l'impianto oppone l'ipotesi di un aggiornamento delle linee esistenti da circa 30. Un impianto che produce margini fuori tariffa e chiede investimenti difficili da ripagare con le sole bollette è il genere di attivo che un gruppo industriale desidera possedere. Per finanziarlo senza indebitarsi la legge offre ai Comuni uno strumento collaudato, la società mista, nella quale un socio privato scelto con gara entra con almeno il 30 per cento del capitale e si aggiudica insieme la gestione del servizio. Molti ambiti italiani l'hanno adottata quando le casse comunali non bastavano, e nessuno la imporrebbe: sarebbero i soci a sceglierla, con le maggioranze previste dai patti.
La terza porta è la più silenziosa e passa per un'aggregazione verso l'alto. ViAmbiente è una società per azioni governata da un patto parasociale che obbliga i Comuni a votare secondo la disciplina comune e che sanziona chi se ne discosta con una penale, fissata inizialmente al 10 per cento del valore della quota e ora allineata a quella di Viacqua. Il patto serve a far agire come un unico soggetto una proprietà frammentata in decine di partecipazioni piccolissime, ed è ciò che protegge la società dalle pressioni esterne; lo stesso meccanismo consente però di consegnarla intera, perché una decisione presa dalla maggioranza vincola anche chi l'ha avversata. Il precedente più vicino riguarda proprio il Nordest. Nel 2012 i Comuni di Padova e Trieste, proprietari attraverso una holding divisa quasi a metà della loro multiservizi, ne approvarono la fusione per incorporazione in un gruppo più grande e ricevettero in cambio azioni della società incorporante, che dal 1° gennaio 2013 controlla l'azienda. I due soci pubblici, senza vendere nulla a un privato, scambiarono il controllo della propria società con una quota di minoranza di una società quotata, nella quale il resto del capitale appartiene in larga parte a investitori di mercato.
Un nome che non serve pronunciare
Il gruppo che incorporò l'azienda di Padova e Trieste è nato nel 2002 dall'unione di undici aziende municipalizzate emiliane, attraverso un percorso molto simile a quello che i Comuni vicentini stanno compiendo oggi, ed è quotato dal 2003 con oltre duecento soci pubblici. Nel Vicentino il suo nome circola già da qualche anno, perché nel settembre 2021 ha acquistato l'80 per cento di un'azienda dell'Alto Vicentino che gestisce una piattaforma per il trattamento dei rifiuti industriali da circa 75mila tonnellate l'anno, e nel luglio 2025 ha rilevato un'altra società vicentina specializzata nei reflui liquidi dei distretti produttivi, presentando l'operazione come un ulteriore passo della propria crescita nel Nordest. Il suo piano industriale al 2029 prevede 5,5 miliardi di investimenti, circa 1,2 dei quali nella filiera dei rifiuti, una crescita affidata all'aumento delle quote di mercato e all'allargamento della base impiantistica, e circa 100 milioni di margine operativo attesi da nuove acquisizioni. Negli atti pubblici nessun elemento indica un interesse per ViAmbiente, e sarebbe scorretto suggerirlo. L'ombra di cui parla questo articolo è la forma di una logica industriale che in questo settore premia chi possiede gli impianti e che da vent'anni avanza nel Nordest per vie del tutto lecite, con fusioni approvate dai consigli comunali e gare regolarmente vinte; per chiunque ragioni in questi termini, un gestore unico con un termovalorizzatore, mezzo milione di utenti e soci divisi su chi debba pagare i conti degli altri è un oggetto interessante.
Il tassello del capoluogo
Sul capoluogo pesa una complicazione in più. Valore Ambiente appartiene a Magis, la multiutility nata nel 2021 dall'integrazione tra Agsm Verona e Aim Vicenza e controllata per il 61,2 per cento dal Comune di Verona e per il 38,8 da quello di Vicenza. È un gruppo interamente pubblico che si muove come un operatore di mercato: nel 2025 ha chiuso cinque acquisizioni, ai due Comuni distribuisce oltre trenta milioni di dividendi l'anno e ha cambiato nome anche per misurarsi meglio con i grandi gruppi nazionali. La delibera chiede che il valore della società da trasferire in ViAmbiente sia stabilito da esperti indipendenti, e ha ragione, perché la stima incide direttamente sulle quote dei settantadue Comuni. Resta aperta una questione che nessun documento pubblico chiarisce, cioè il modo del trasferimento. Se Magis fosse pagata in denaro, ViAmbiente dovrebbe indebitarsi; se ricevesse azioni, entrerebbe nella compagine un soggetto controllato da un Comune estraneo al bacino e dotato di una propria strategia di crescita, con un problema evidente di compatibilità con il controllo analogo congiunto e con una parte del gestore unico legata alle scelte future di un gruppo che non risponde ai sindaci vicentini.
Poi c'è la scadenza. La proroga che il Comune chiede di sostenere servirebbe a dare tempo a Vicenza, ma è uno strumento che il diritto europeo e la giurisprudenza ammettono con molta cautela, e se il percorso si inceppasse il servizio di una città di oltre centomila abitanti rischierebbe di dover essere messo a gara da solo. Tra gli scenari possibili è il più concreto, perché una gara per il capoluogo offrirebbe a un grande operatore un ingresso nel cuore del bacino, con un lotto ricco e circoscritto, senza la necessità di convincere alcun consiglio comunale.
Che cosa proteggono le condizioni
Lette alla luce di questi scenari, le condizioni poste dal Comune hanno pesi diversi. Il collegio di esperti è la più solida, perché corregge il difetto di metodo già emerso nella prima stima, costruita su dati forniti dalle stesse società interessate. La richiesta sui quorum va nella direzione giusta, dato che contare anche le teste dà peso ai Comuni piccoli e che con settantadue soci il 55 per cento significa raccoglierne almeno quaranta per ogni decisione rilevante; il testo ne rinvia però l'efficacia all'ingresso dei nuovi soci, e comunque al 30 giugno 2027, affidando la modifica a un voto che si svolgerà con le regole attuali. Il rischio opposto merita la stessa attenzione, perché soglie troppo alte producono società ferme, e una società ferma fatica a dimostrare quei benefici per la collettività su cui si regge l'intera giustificazione dell'in house. Le clausole su Pontesello e sulle spese legali rispondono a un'asimmetria reale della valutazione e si capiscono; descrivono tuttavia un gestore unico nel quale ciascun territorio tiene i propri conti separati da quelli degli altri, e una proprietà che diffida di sé stessa offre il terreno più favorevole a chi, da fuori, proponga un giorno di farsene carico.
La difesa più efficace contro un futuro compratore sta nella capacità dei Comuni di dimostrare, con numeri verificabili e confrontabili con quelli di chi opera sul mercato, che la gestione pubblica costa meno e funziona meglio, e nel controllo effettivo che ogni sindaco riesce a esercitare su ciò che possiede; dimensioni e quorum contano assai meno. Se queste due condizioni mancheranno, il gestore unico nascerà comunque, e avrà soltanto reso più semplice il lavoro di chi un giorno vorrà rilevarlo.
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