Meloni, governo di destra?
Misurato sui criteri del pensiero liberale, da Locke a Einaudi, l'esecutivo rivela un'impronta nazional-populista, lontana dalla tradizione liberaldemocratica. E con Fratelli d'Italia perno della coalizione e una legge elettorale proporzionale in arrivo, Forza Italia rischia di vedere i propri voti confluire su Meloni.

«Credo che il nostro Governo si possa definire, nella sostanza, nazional-populista, e dunque estraneo alla destra liberaldemocratica»
Cittadini e media definiscono di destra il Governo Meloni. Ma è davvero così?
I criteri della destra liberale
Per rispondere occorre richiamare i riferimenti, i punti fermi e le caratteristiche che, secondo la scienza e la filosofia della politica, definiscono l'azione di un governo di destra. Sarebbe corretto valutare l'attività del Governo sulla base degli scritti e dei temi elaborati dai grandi pensatori della destra e del centrodestra, quelli che definiamo liberali o liberaldemocratici. Per semplificare, basta citare Locke, Adam Smith, Burke, Raymond Aron e, in casa nostra, Einaudi, Croce, don Sturzo, De Gasperi, Malagodi.
Ricordo alcune delle caratteristiche che definiscono l'agire della destra. La prima è lo Stato di diritto: lo Stato garantisce con apposite leggi la libertà individuale e associativa, l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, l'indipendenza della magistratura, la sussidiarietà tra i livelli istituzionali, la tutela della proprietà privata, la libertà economica entro limiti regolatori che la rendano accessibile a tutti, il progresso economico e sociale, la protezione dei singoli dal disagio socioeconomico. Allo stesso tempo richiede e promuove il «senso dello Stato», leggi chiare, una burocrazia non invasiva, il dovere contributivo. Importante, a mio avviso, è anche la sobrietà di chi ricopre ruoli pubblici: senza scomodare Aristotele, è un comportamento che ha valore nella costruzione quotidiana della vita sociale e culturale.
Con questi criteri, il nostro Paese ha avuto ben pochi governi di destra: lasciando da parte quelli della Destra storica, credo si possano considerare sufficientemente tali i governi del dopoguerra fino al 1962, o comunque di quegli anni.
Il richiamo alla Nazione
Gli interventi dell'attuale Governo disegnano spesso un quadro con aspetti e sfumature che discendono da una matrice ideologica diversa. Il costante richiamo alla Nazione anziché allo Stato (Mitterrand ammoniva: «il nazionalismo è la guerra») è il presupposto che permea l'intero operato del Governo: il rapporto diretto tra leader e popolo, la difesa dei monopoli, la continua introduzione di nuovi reati, che di fatto comprimono sempre di più le libertà individuali. Su quest'ultimo aspetto si è soffermato con efficacia il costituzionalista Michele Ainis nel saggio Fascismo bianco. Anche la visione esclusivamente negativa dell'immigrazione si fonda sulla difesa identitaria. Aumentano gli interventi diretti su imprese e banche e si rafforza la tendenza al protezionismo.
L'Europa e l'internazionale sovranista
Va considerata, poi, la posizione sull'Europa, che rivela una diffidenza reale: come è possibile che il Governo difenda il voto all'unanimità, e quindi il diritto di veto, quando tutti sanno che proprio questo meccanismo è la condanna dell'Europa? È evidente, inoltre, la vicinanza politica a leader con tendenze autoritarie (Orbán, Le Pen e anche Trump), o meglio alla cosiddetta «internazionale sovranista». Del resto, il rifiuto di dichiararsi antifascisti implica una forma di disapprovazione della democrazia, o quantomeno la disposizione a subirla obtorto collo.
Credo che il nostro Governo si possa definire, nella sostanza, nazional-populista, e dunque estraneo alla destra liberaldemocratica.
Gli equilibri della coalizione
Si impone, naturalmente, anche una valutazione dei partiti che lo compongono. La Lega si è ormai allontanata dalle ragioni che l'avevano ispirata, in qualche modo «liberali» perché legate all'economia e alla burocrazia, pur entro una dimensione territoriale. Oggi è un partito segnato da una deriva e da una corsa a destra certamente non liberali, e comunque lontane dalle tesi dei fondatori, Bossi e Miglio.
Forza Italia, di vocazione certamente liberaldemocratica, la esprime spesso con esitazione, nel tentativo di preservare al Governo un'identità di coalizione di centrodestra: un equilibrismo difficile, sorretto dalla volontà di rispettare l'eredità politica di Berlusconi. Le condizioni di partenza, però, sono cambiate da quando Fratelli d'Italia è diventato il primo partito della coalizione e, di conseguenza, il vero perno dell'azione di governo. Ciò avviene proprio nel momento in cui, anche in vista della legge elettorale di impianto proporzionale in via di definizione, Forza Italia avrebbe bisogno di esporre con la massima evidenza la propria identità, chiara e inconfondibile. Se si insiste nel richiamarsi soltanto al centrodestra, i voti finiranno a Meloni.
Che cosa accadrebbe se Meloni, credo senza particolari remore ideologiche, accogliesse Futuro Nazionale in una qualche forma di sostegno al suo Governo?
Una cultura liberale da ricostruire
Il fascismo ha radicato negli italiani la convinzione che destra e fascismo coincidano. Di conseguenza, moltissimi cittadini non sanno distinguere con precisione in che cosa consista un governo liberaldemocratico di destra europea. Questa ignoranza ha avuto, e continua ad avere, conseguenze sostanziali sulla valutazione delle proposte politiche e sulle scelte elettorali. In qualche modo Berlusconi era riuscito a convogliare il consenso verso il liberalismo; purtroppo, però, l'azione di governo è stata spesso poco coerente con quelle premesse, e si è persa così un'occasione difficilmente ripetibile.
In un momento così preoccupante, e alla luce della situazione tedesca, la domanda che dovrebbe porsi chi appartiene a questa cultura politica è come creare, anche nel nostro Paese, le condizioni culturali per un governo liberaldemocratico o, se si preferisce, di destra europea.
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