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venerdì 9 ottobre 2026

Prospettive Future

Esteri

Tre anni dal 7 ottobre

Il 7 ottobre 2023 fu l’attacco più sanguinoso nella storia di Israele: oltre 1.200 morti e 251 ostaggi. Tre anni dopo i rapiti sono tornati, ma Gaza conta più di 74.000 morti, il cessate il fuoco non ha fermato i raid e Hamas non è disarmato. Il 27 ottobre gli israeliani votano, senza una maggioranza chiara. In Italia la data divide commemorazioni e piazze, e il confine con l’antisemitismo si fa più sottile.

Militari israeliani di guardia presso il villaggio di Ma' ale, West Bank

Tre anni fa, all’alba del 7 ottobre 2023, miliziani guidati da Hamas entrarono nel sud di Israele. Colpirono kibbutz, strade e il festival Nova. Fu il giorno più sanguinoso nella storia del Paese. Oggi gli ostaggi sono tornati, ma il cessate il fuoco non ha fermato i raid, e il 27 ottobre gli israeliani votano. In Europa, e in Italia, la data continua a dividere le piazze.

L’attacco partì intorno alle 6.29, con una prima salva di razzi dalla Striscia. Non fu uno scontro tra eserciti. Fu un assalto ai civili, filmato e rivendicato. Il bilancio israeliano, confermato da un conteggio dell’AFP, è di 1.221 morti. A Gaza furono portate 251 persone, 44 già morte. Solo al Nova i morti furono 378, e i sequestrati 44.

La risposta israeliana ha distrutto gran parte della Striscia. Il ministero della Salute di Gaza, sotto autorità di Hamas e citato dall’Onu, conta più di 74.000 morti, di cui almeno 1.400 nell’anno seguito al cessate il fuoco. Le cifre sono contestate nel dettaglio, non nell’ordine di grandezza. Due milioni di persone vivono tra macerie e tende.

Cosa è cambiato in tre anni

La guerra è uscita da Gaza. Israele ha colpito Hezbollah in Libano. Il 28 febbraio 2026, con gli Stati Uniti, ha aperto un fronte diretto sull’Iran. Il 7 ottobre è diventato la data da cui si conta anche quella guerra.

A Gaza il passaggio è datato. Il 10 ottobre 2025 entra in vigore il cessate il fuoco mediato da Washington. Il 13 escono gli ultimi 20 ostaggi vivi, dentro il piano in 20 punti di Trump. Il 26 gennaio 2026 l’esercito recupera i resti di Ran Gvili, l’ultimo. Netanyahu dice di averli riportati tutti. Non tutti vivi: una quarantina di persone rapite vive sono morte in cattività, tra uccisioni, stenti e fuoco incrociato.

Il testo dell’accordo prevedeva la sospensione dei bombardamenti. Non è andata così. Dal cessate il fuoco le autorità di Gaza contano oltre 1.400 morti sotto i raid. Nello stesso periodo Israele ha perso cinque soldati. L’esercito tiene circa due terzi della Striscia, più di quanto previsto all’inizio, e ha ordinato agli abitanti di uscire da quell’area. Hamas tiene il terzo restante, dove sta la maggior parte della popolazione, e non ha consegnato le armi. A Davos, il 22 gennaio 2026, Trump ha lanciato il Board of Peace per gestire la ricostruzione. I piani restano sulla carta. Gli aiuti no: le organizzazioni umanitarie parlano ancora di condizioni catastrofiche.

Con Gvili è caduto l’argomento che teneva insieme il Paese: «finché non tornano tutti». Al suo posto c’è una spartizione che nessuno ha votato. Due terzi sotto controllo israeliano, un terzo ancora a Hamas. La campagna elettorale parla di chi ha fallito il 7 ottobre, non di chi amministrerà quel confine.

Israele, a venti giorni dal voto

Il 27 ottobre si rinnovano i 120 seggi della Knesset. Un sondaggio Channel 12 del 5 ottobre dà 54 seggi al blocco di Gadi Eisenkot (Yashar, Insieme, Democratici, Yisrael Beiteinu) e 49 a quello di Netanyahu (Likud, i partiti ultraortodossi e la destra religiosa). Altri 17 restano fuori. Servono 61. Nessuno li ha.

Eisenkot, 66 anni, ex capo di stato maggiore, ha messo al centro la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre. Con lui, sui seggi, anche Naftali Bennett e Yair Lapid. Netanyahu la rifiuta: dice che va aspettata la fine della guerra, e che sarebbe costruita contro di lui. Un sondaggio citato da El País dà al premier una responsabilità «ampia» per quel giorno secondo il 65% degli israeliani, più un 22% «in parte». Non basta a farlo fuori. Tra i suoi elettori, il 41% dice che il fallimento non ha cambiato il voto.

Il secondo nodo è la leva. L’esenzione degli uomini ultraortodossi divide la coalizione quanto il 7 ottobre: l’esercito è logorato da Gaza, Libano e Iran, e la riserva non basta. Gaza, come amministrazione, quasi non entra in campagna. Si vota su chi ha lasciato aprire il confine quel giorno, non su chi governerà il territorio spezzato in due.

Europa e Italia

A Milano, il 7 ottobre, in piazza della Scala un flash mob ha composto la data con 1.200 pietre e altrettante rose. Sullo striscione davanti a Palazzo Marino: «Ricorda: 7 ottobre 2023, 1200 uccisi e 250 rapiti». C’erano Walker Meghnagi, presidente della comunità ebraica, ed Emanuele Fiano. Mattarella ha chiesto di condannare terrorismo, antisemitismo e ogni odio etnico o religioso. Crosetto ha detto che l’atto di Hamas non ha giustificazione e non va relativizzato.

Lo stesso giro di giorni ha un altro calendario. Oltre 50 piazze, e il 10 ottobre un appuntamento a Roma dentro la Global Day of Action. A Strasburgo l’eurodeputata Rima Hassan ha gettato a terra bandiere israeliane ed europee davanti a una mostra sulle vittime. A Bologna, in via Zamboni 32, i Giovani Palestinesi hanno tenuto un incontro intitolato «Dalla grande rivolta araba al sette ottobre». A Torino la rettrice ha bloccato un dibattito analogo. A Lecco la questura ha vietato il corteo per rischio di scontri.

Criticare i raid a Gaza non è antisemitismo. Trattare il 7 ottobre come un dettaglio, o spostare la rabbia sugli ebrei in Europa, lo è. In Italia le due cose sono finite nella stessa settimana, e il disegno di legge sull’antisemitismo è diventato lui stesso materia di scontro: Fiano ha detto che lo voterebbe anche contro il suo partito.

Cosa resta aperto

Tre conti non tornano. Hamas non è disarmato e controlla ancora una fetta di Gaza. Il cessate il fuoco non ha prodotto una tregua stabile: i raid continuano, e con loro le vittime. Il voto israeliano può cambiare il governo. Non rimette in piedi la Striscia, e non chiude il fronte con l’Iran.

Il 7 ottobre non è una data da archiviare. È l’attacco, la guerra che ne è seguita, e il modo in cui l’Europa ne parla. Tre anni dopo, nessuno dei tre è risolto.

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