«Siamo noi la tua scorta» fu la frase con cui, nell'ottobre dell'anno scorso, la piazza accolse Sigfrido Ranucci dopo l'ordigno che la sera del 16 aveva distrutto la sua auto e quella della figlia davanti alla casa di famiglia, a Campo Ascolano, nel comune di Pomezia. La condanna fu unanime come raramente accade nella politica italiana: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlò di «severa condanna», la presidente del Consiglio Giorgia Meloni di un «grave atto intimidatorio», la segretaria del Partito democratico Elly Schlein di un «attentato alla democrazia». Undici mesi dopo, il 25 settembre, Ranucci entrerà in un'aula del tribunale di Roma per chiedere di essere reintegrato alla conduzione di Report, il programma di Rai3 che guidava dal 2017, dopo che l'azienda glielo ha tolto alla fine di agosto. Tra quelle due date si è svolta una delle vicende più intricate della recente storia dell'informazione italiana, nella quale la distinzione tra la vittima, l'editore e l'indagine si è fatta via via meno netta.
L'inchiesta: dalla mail anonima all'arresto di Lavitola
Per mesi l'inchiesta della procura di Roma, coordinata dal pubblico ministero Carlo Villani, non produsse risultati visibili. La svolta, secondo le ricostruzioni pubblicate dopo gli arresti, arrivò ad aprile con una mail anonima intitolata «Regalo di Pasqua», e il 30 giugno furono arrestate quattro persone accusate di aver preparato e piazzato l'ordigno, confezionato con gelatina da cava; tra gli elementi raccolti c'erano le immagini di una telecamera sulla via Pontina che aveva ripreso l'auto a noleggio usata dal gruppo. Il giudice per le indagini preliminari escluse l'ipotesi di strage, qualificando il fatto come un'intimidazione e non come un tentativo di uccidere. Il 10 agosto è stato arrestato Valter Lavitola, ex direttore dell'Avanti! e presenza ricorrente nelle cronache giudiziarie dai tempi dei suoi rapporti con Silvio Berlusconi, che davanti al gip si è dichiarato mandante dell'attentato sostenendo però di aver voluto soltanto spingere le autorità ad aumentare la scorta del giornalista. È una versione difficile da prendere alla lettera, e lascia aperta la domanda che lo stesso Ranucci ha posto pubblicamente, cioè se esistano «altri livelli».
Il rapporto con Lavitola e la decisione della Rai
È a questo punto che la storia ha cambiato natura. Dalle indagini è emerso che tra Ranucci e Lavitola esisteva un rapporto personale, e secondo quanto riportato dalla stampa i magistrati stanno rileggendo le deposizioni del giornalista, nelle quali quel nome non era mai comparso. Ranucci ha respinto ogni sospetto di interesse, sostenendo di non aver «mai avuto interessi negli affari di Lavitola, mai un euro» e di aver agito «esclusivamente in un rapporto di amicizia, in cui ho creduto». La Rai, però, a luglio ha attivato la commissione per il codice etico, che il 4 agosto lo ha ascoltato per circa cinque ore, e il 28 agosto ha affidato Report a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, affiancati in seguito da Claudia Di Pasquale, offrendo a Ranucci tre incarichi alternativi: la vicedirezione del Tg3, quella di RaiNews24 oppure la corrispondenza dal Cairo. L'azienda ha motivato la scelta con «esigenze organizzative, editoriali e di tutela del servizio pubblico», senza aggiungere altro, mentre la redazione di Report ha proclamato lo stato di agitazione e i sindacati dei giornalisti hanno denunciato un'ingerenza politica.
Il ricorso di Ranucci e i dubbi sulle motivazioni Rai
Il ricorso d'urgenza depositato il 15 settembre ruota attorno a un punto che va oltre il destino professionale di una persona. Secondo il legale di Ranucci, Roberto De Vita, le motivazioni della Rai non contengono «l'indicazione di alcun fatto concreto» riferibile al suo assistito, e gli incarichi proposti sarebbero impraticabili anche per ragioni di sicurezza, trattandosi di un giornalista che vive sotto scorta. Che un servizio pubblico si ponga il problema di un conduttore legato da amicizia all'uomo che si è poi dichiarato mandante dell'attentato contro di lui è una questione legittima, e sarebbe ingenuo negarlo; proprio perché la questione è seria, però, la scelta di risolverla con una formula organizzativa, lasciando il merito nel silenzio, produce il risultato peggiore possibile. Se l'azienda dispone di elementi che giustificano la rimozione, ha il dovere di renderli noti. Se non ne dispone, la decisione finisce per somigliare alla punizione di una vittima, presa in un momento in cui, come sostengono le opposizioni, la pressione politica sul programma era diventata esplicita.
Il caso Boccia e le accuse dell'ex compagna di Lavitola
Intorno alla vicenda giudiziaria si è intanto sviluppata una contesa di tutt'altro genere. Il 18 settembre è circolata una fotografia che ritrarrebbe Ranucci in atteggiamento intimo con Maria Rosaria Boccia, la donna al centro del caso che nel 2024 costò il ministero della Cultura a Gennaro Sangiuliano e sul quale Report aveva trasmesso registrazioni audio poi sanzionate dal Garante della privacy con 150mila euro, multa annullata dal tribunale di Roma a gennaio. Ranucci sostiene che l'immagine sia un falso costruito con l'intelligenza artificiale, Boccia nega che l'incontro sia mai avvenuto e annuncia azioni legali. Il 22 settembre, poi, a Filorosso, trasmesso da Rai3, la stessa rete che per nove anni ha ospitato il suo programma, l'ex compagna di Lavitola, Adriana Linhares de Lucena, ha affermato che Ranucci «non è una vittima di Lavitola» e che tra i due vi sarebbero stati degli «accordi»: un'accusa grave, che al momento non trova riscontro negli atti giudiziari resi pubblici e che il giornalista contesta.
Cosa succede nelle prossime settimane
Il calendario dei prossimi giorni è fitto. Dopo l'udienza del 25 settembre i legali di Ranucci si aspettano una decisione nel giro di dieci o quindici giorni, mentre la Rai ha fissato al 27 il termine entro cui il giornalista dovrebbe scegliere uno dei nuovi incarichi, e la nuova stagione di Report, annunciata per l'8 novembre, rischia di slittare per le tensioni nella redazione. Lo stesso Ranucci dovrebbe essere ascoltato di nuovo in procura come persona informata sui fatti. Nella confusione di versioni, sospetti e querele annunciate, conviene tenere fermo ciò che è accertato: una bomba è esplosa davanti alla casa di un giornalista, e quasi un anno dopo nessuno è ancora in grado di spiegare con certezza perché.
