Midterm USA, l’onda blu e la prova per il GOP
Dal Texas all’Ohio, l’onda blu ha messo in difficoltà i repubblicani anche dove Trump aveva vinto con ampi margini. Si rafforza l’ala progressista del Partito Democratico, mentre il GOP si trova ad un bivio storico in vista del 2028.

Un’onda blu è stata la protagonista delle ultime elezioni di midterm negli USA. Donald Trump aveva invitato gli elettori a comportarsi come se il suo nome fosse sulla scheda elettorale: gli statunitensi lo hanno fatto, dando un chiaro e netto giudizio sul suo operato. Molti di coloro che due anni fa avevano premiato la sua promessa di cambiare rotta, in queste elezioni hanno votato diversamente.
Storicamente le midterm sono difficili per il partito del Presidente in carica, con gli elettori che spesso sostengono soprattutto l’opposizione, ma il normale svantaggio che solitamente si creava in questi casa non basta a spiegare la portata di questo risultato. I democratici hanno conquistato Camera e Senato, con i repubblicani che hanno ceduto seggi anche negli Stati nei quali Trump aveva vinto con margini ampi nel 2024, oltre alla perdita di vari Governatorati. Gli stessi elettori MAGA hanno a volte avuto difficoltà a comprendere alcune scelte politiche attuali del Presidente e del GOP e questa perplessità si è riversata nelle urne.
Il Texas è sicuramente una delle sorprese più importanti, soprattutto per ciò che rappresenta storicamente. Se infatti per chiunque avesse seguito i sondaggi degli ultimi mesi, l’elezione del Senatore democratico James Talarico era percepita come una possibilità non cosi remota (oserei dire concreta), allo stesso tempo vedere una delle roccaforti conservatrici perdere in diversi contesti elettorali è significativo di quanto la sconfitta sia stata pesante.
Anche l’Ohio racconta un cambiamento significativo. Diventato a partire dall’ ascesa di Trump una stabile piattaforma repubblicana, dopo essere stato per decenni considerato uno degli swing states, in questa tornata ha dimostrato la sua natura intrinseca di purple State. Sherrod Brown è tornato al Senato sconfiggendo l’uscente Jon Husted, mentre Amy Acton ha vinto la corsa a nuova Governatrice contro il candidato GOP Vivek Ramaswami.
I democratici Annie Andrews in South Carolina e Adam Hamilton in Kansas hanno conquistato il seggio al Senato strappandolo a posizioni considerate sicure per i repubblicani. Questi territori non hanno cambiato improvvisamente la loro visione della società, ma sono diventati contendibili proprio perché si trattava di un’elezione percepita anche come un giudizio nazionale sul Presidente.
A questi si aggiunge il caso interessante del Michigan, con Abdul El-Sayed che ha vinto contro Mike Rogers nel seggio lasciato libero da Gary Peters, diventando così il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti. La sua vittoria rafforza l’ala progressista del partito e se da un lato è vero che i democratici hanno vinto uniti nell’ affrontare un “avversario” comune, Trump, dall’altro mantengono al loro interno differenze importanti tra liberal, progressisti e socialisti su sanità, immigrazione, politica estera e ruolo dello Stato.
Sul versante opposto, per il GOP si deve aprire un momento di riflessione su quale strada intraprendere nei prossimi anni e pensare ad una riorganizzazione in vista del 2028. Tra i vari nomi che circolano per il dopo Trump, i due più esposti in questo momento sono il Vicepresidente JD Vance, considerato più vicino alla base MAGA, anche se con alcuni distinguo, e il segretario di Stato Marco Rubio, quest’ ultimo percepito più istituzionale e in qualche modo parzialmente legato al vecchio establishment. Tra gli altri nomi che circolano internamente, ci sono quelli di Ron DeSantis, governatore della Florida (fino al termine del 2026), Ted Cruz, John Kennedy. Ma la vera sfida per il Partito Repubblicano è ritrovare sé stesso: decidere se continuare a seguire la strada MAGA e l’agenda "America First" o ritornare al vecchio GOP legato alla promozione di small government, libero scambio e responsabilità fiscale.
Il voto ha dimostrato, ancora una volta, che le istituzioni americane sono solide e conservano la loro natura intrinsecamente democratica: gli elettori hanno partecipato al processo elettorale e tramite esso hanno espresso un chiaro dissenso verso l’Amministrazione. A questo proposito, chi temeva la trasformazione degli Stati Uniti in un regime “autoritario” a opera dell’attuale Presidente, ha avuto una buona occasione per ricredersi. Ed è questa la bellezza della democrazia.
Infine, sono convinto che l’amicizia tra Italia e Stati Uniti debba rimanere solida a prescindere da quale partito o Presidente controlli la Casa Bianca: si tratta di un’alleanza che attraversa le alternanze politiche e poggia su valori condivisi, interessi comuni e sul rispetto delle istituzioni democratiche.
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