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domenica 8 novembre 2026

Prospettive Future

INDUSTRIA

Il buco nero dell’ideologia

La politica italiana ed europea sembra avere una passione: risolvere il problema della tessera che ha davanti e ignorare il puzzle. Se quella tessera è diventata un simbolo ideologico, toglierla può perfino sembrare una vittoria. Poi il disegno si scompone e il conto arriva a imprese, cittadini e territori.

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Stabilimenti ILVA, il taglio di una rotaia incandescente.
Stabilimenti ILVA, il taglio di una rotaia incandescente.Touring Club Italiano

L’ILVA era il più grande impianto siderurgico d’Europa. L’accordo con ArcelorMittal poggiava su un piano da 2,4 miliardi di investimenti industriali e ambientali, una produzione destinata a crescere fino a 8 milioni di tonnellate di acciaio grezzo e un percorso occupazionale che prevedeva 10.700 assunzioni immediate su 13.800 lavoratori coinvolti. Il cosiddetto scudo penale, circoscritto alle condotte necessarie per attuare il piano ambientale, era uno dei perni di quel percorso.

Nel 2019 il Parlamento lo soppresse. Fu una decisione legislativa, e ArcelorMittal indicò proprio quella soppressione come motivo del recesso. Il danno di quella scelta va detto senza giri di parole: venne meno una condizione centrale dell’accordo e si spezzò il percorso che avrebbe dovuto tenere insieme risanamento, produzione e occupazione. Sulla salute di Taranto servivano controlli severi e risultati verificabili e con l’accordo sottoscritto da ArcelorMittal il problema si era avviato verso la soluzione. La scelta politica fu invece di rimuovere il perno giuridico del piano, come se bastasse eliminare la protezione per risolvere il problema ambientale. Il risultato è un impianto fermo nell’area a caldo, circa 8.000 lavoratori diretti sospesi nell’incertezza e un prestito pubblico d’emergenza da 390 milioni per garantire la continuità aziendale fino all’arrivo di un nuovo operatore.

Una parte politica poté festeggiare la soppressione dello scudo. Ma l’acciaio non scompare quando scompare il dibattito: va comprato altrove. Gli 8 milioni di tonnellate previste a regime avrebbero rappresentato quasi il 6% della produzione media annua dell’Unione. Abbiamo messo a rischio una capacità industriale europea e lasciato a Taranto il costo sociale della decisione. Questa è la tessera sacrificata nel buco nero dell’ideologia.

Electrolux porta la stessa domanda dentro la manifattura degli elettrodomestici. In primavera l’azienda annunciò 1.700 esuberi e la chiusura di Cerreto d’Esi. Il piano presentato il 5 ottobre scende a 1.250 esuberi, cui si aggiungono 135 contratti a termine in scadenza; la chiusura dello stabilimento resta. Electrolux ha ricevuto crediti d’imposta pubblici per circa 21 milioni, secondo una ricostruzione basata anche sul Registro nazionale degli aiuti, e nel 2024 ha ottenuto dalla BEI un prestito di 200 milioni per ricerca e sviluppo. Questi sostegni meritano rendicontazione e impegni precisi. La protesta, da sola, non renderà competitiva una produzione che l’azienda giudica insostenibile. Se i costi, la domanda e le condizioni industriali spingono a chiudere o trasferire le linee, il prezzo lo pagano prima i lavoratori, poi i fornitori e infine il territorio.

Sul TAP il copione ideologico fu più grottesco. Alcuni trasformarono il trasferimento temporaneo di poche centinaia di ulivi in una battaglia contro la devastazione del Salento. Gli ulivi sani furono reimpiantati e con un vantaggio in più: quelli già colpiti dalla Xylella furono sostituiti con varietà resistenti, a differenza dei molti ulivi della Puglia nel frattempo devastati dal parassita. Il monitoraggio post-operam del 2025 segnala un quadro complessivamente positivo e il ritorno pressoché completo alla produttività di numerosi alberi. Anche muretti a secco e vegetazione furono ripristinati. Nel frattempo, il gasdotto ha portato in Italia oltre 50 miliardi di metri cubi di gas e in Europa oltre 60, contribuendo alla sicurezza e alla diversificazione delle forniture. La profezia di un territorio devastato non si è avverata; il beneficio energetico è misurabile. La protesta scelse gli ulivi come bandiera e perse di vista il Paese. Ma per fortuna, in quel caso, prevalse il buonsenso e la tessera del puzzle non finì nel baratro dell’ideologia.

Nell’automotive l’errore ha dimensioni continentali. Conosciamo tutti la faccenda del Green Deal che partendo da un sacrosanto problema da risolvere, ne ha creati altri assai devastanti perché ha ignorato la visione sistemica e ha ottusamente perseguito obbiettivi ideologici. E così, dopo anni di difficoltà del settore, nel 2023, anziché correggere la traiettoria, la norma europea ha fissato per le nuove auto e i nuovi furgoni una riduzione del 100% delle emissioni medie di CO₂ allo scarico dal 2035, imprimendo al mercato una direzione tecnologica e una scadenza assolutamente irraggiungibili. Risultato: tra il 2024 e il 2025 i fornitori europei hanno annunciato 104.000 tagli di posti: 54.000 nel 2024 e 50.000 nel 2025. La Commissione rileva anche il calo della redditività e i piani di riduzione della capacità produttiva. Volkswagen ma anche BMW e Mercedes hanno annunciato chiusure con impatto devastante sull’occupazione.

E attenzione: centomila annunci di licenziamento non sono una statistica da citare e poi archiviare ma sono famiglie che temono di perdere il reddito; aziende che chiudono; lavoratori specializzati che disperdono competenze costruite in anni di attività. Benessere di intere comunità che si annienta. Quando spariscono fornitori, fonderie e imprese di componentistica, si indebolisce l’intera filiera. La produzione e le tecnologie che l’Europa non sviluppa più arrivano da altri Paesi aumentando la dipendenza e l’insicurezza industriale. Il Green Deal, nella sua applicazione all’auto (e non solo), ha una responsabilità politica diretta: ha imposto la velocità della conversione senza aver preparato energia competitiva, batterie, infrastrutture, approvvigionamento di materie prime e terre rare, capacità produttiva e mercato. La concorrenza asiatica e la domanda debole hanno aggravato il colpo. Oggi la Commissione propone già di ammorbidire l’obiettivo del 2035; ma la correzione arriva dopo che imprese e lavoratori hanno ricevuto il segnale di una scadenza rigida. La consueta chiusura della stalla vuota...

La stessa pressione si avvicina all’industria del riscaldamento e della ceramica e molte altre che, pur non facendo notizia, hanno un impatto sull’economia e quindi il benessere del territorio pari se non superiore alla filiera dell’automotive. Imprese che hanno investito per anni in impianti e competenze devono riconvertirsi in tempi stretti, con costi energetici elevati e tecnologie che il mercato deve ancora assorbire. Se la conversione arriva prima delle condizioni per sostenerla, si tagliano linee e occupazione. I prodotti continueranno a servire: li importeremo da Paesi che spesso inquinano di più. Avremo trasferito produzione, competenze e dipendenza, chiamando il risultato transizione.

È qui che credo andrebbe ritrovato il senso di riconoscere il valore dell’economia come motore necessario per creare benessere. E allora forse temi come energia, impresa e lavoro, istruzione e formazione, stato e pubblica amministrazione finalmente verrebbero percepiti come parti della stessa realtà. Se una scelta politica, infatti, spegne produzione e competenze, restringe anche le risorse e le possibilità con cui una comunità costruisce il proprio futuro.

Creare valore richiede decisioni che considerino l’intero sistema e chi ne sopporta le conseguenze. Chi decide deve rispondere del puzzle intero. La domanda è: quante volte ancora dovremo sacrificare lavoro, industria e benessere per poter dichiarare vinta una battaglia ideologica?

Parere personale, naturalmente.

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