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domenica 8 novembre 2026

Prospettive Future

ESTERI

Il lupo perde il pelo (e anche la partita)

Un partner ricco di risorse, democratico e deluso da Washington bussa alla porta dell’Europa, che passa il tempo a discutere di definizioni. Trump, suo malgrado, ha già fatto la parte difficile.

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Il premier canadese Mark Carney
Il premier canadese Mark Carney

Poche settimane fa, in occasione della visita del premier canadese Mark Carney a Bruxelles, avevo salutato con insolito ottimismo una straordinaria opportunità per l’Europa. Quella di costruire, insieme al Canada, una nuova alleanza capace di restituire forza, autonomia e prospettiva a quel mondo occidentale che per decenni abbiamo contribuito a sviluppare, difendere e far prosperare. Per una volta avevo persino sperato che l’Europa sapesse riconoscere un’occasione storica e agire di conseguenza. Evidentemente ero stato troppo ottimista.

Il Financial Times racconta che, alla vigilia del vertice UE-Canada di Montreal, la Germania si è messa di traverso alla proposta di Ursula von der Leyen di riconoscere al Canada lo status di membro associato dell’Unione Europea. Berlino ha guidato le obiezioni fino a ottenere la cancellazione della formula dalla bozza della dichiarazione del vertice.

La motivazione? Evitare complicazioni giuridiche e diplomatiche nei rapporti con altri Paesi, a cominciare dall’Ucraina.

Intanto il mondo cambia. E noi discutiamo delle definizioni. E, manipolando l’antico proverbio, possiamo dire che il lupo, non perdendo il vizio, rischia di perdere anche la partita del futuro. La Germania, in particolare, sembra incapace di liberarsi da un difetto che ha già prodotto conseguenze pesantissime: un formidabile rigore tattico accompagnato da una preoccupante miopia strategica. Basti ricordare la decisione di Angela Merkel di abbandonare il nucleare, rendendo il Paese più industrializzato d’Europa ancora più dipendente dalle forniture energetiche russe. Una scelta perseguita con determinazione, salvo poi scoprire quanto potesse costare quando la Russia ha trasformato l’energia in un’arma geopolitica. Oppure l’adesione convinta a un Green Deal che, nella sua declinazione, ha imposto obiettivi e scadenze senza un’adeguata valutazione della capacità dell’industria europea di sostenerli. Con il risultato di contribuire a mettere in difficoltà uno dei pilastri della nostra economia, l'automotive (e non soltanto quello), proprio mentre i concorrenti asiatici conquistavano terreno. In entrambi i casi, la stessa contraddizione: una straordinaria determinazione nel perseguire la tattica e una sorprendente incapacità di valutarne le conseguenze strategiche.

Ed eccoci al Canada. Un Paese democratico, industrializzato, ricchissimo di risorse energetiche e materie prime strategiche, con competenze tecnologiche avanzate e una cultura economica e istituzionale profondamente compatibile con quella europea. Un partner che, grazie anche alle discutibili decisioni di Donald Trump, ha oggi ragioni concrete per ridurre la propria dipendenza dagli Stati Uniti e costruire nuove alleanze. Difficile immaginare una combinazione di interessi più favorevole. Eppure, anziché accelerare, ci preoccupiamo innanzitutto di definire come chiamare questa relazione.

Fortunatamente Carney sembra avere le idee più chiare. Come racconta il New York Times, il premier canadese ha confermato la propria determinazione a costruire con l’Europa la più profonda alleanza possibile, fissando a giugno 2027 il termine per concludere i negoziati sul nuovo status associativo. Ma il diavolo, come sempre, si nasconde nei dettagli.

Dietro le dichiarazioni solenni e le dodici pagine del documento conclusivo, gran parte degli impegni deve ancora essere negoziata. Si parla di integrazione dei sistemi di pagamento, collegamenti digitali indipendenti dalle infrastrutture statunitensi, mobilità dei giovani, cooperazione scientifica e sicurezza. Prospettive straordinarie, ma ancora largamente da tradurre in realtà. E c’è un dato che dovrebbe far riflettere: nonostante l’accordo commerciale CETA risalga a dieci anni fa, soltanto il 10% delle esportazioni canadesi è diretto verso l’Europa, contro circa il 70% destinato agli Stati Uniti prima delle recenti tensioni commerciali. Evidentemente gli accordi, da soli, non bastano perché occorre saperli trasformare in opportunità concrete.

La cosa più sconcertante è che una notizia di questa portata, che riguarda potenzialmente il futuro economico e geopolitico di centinaia di milioni di cittadini, abbia ricevuto così poca attenzione nel dibattito pubblico. Ma forse non dovrebbe sorprendere. Francia, Germania, Italia e Spagna sono attraversate da tensioni politiche ed elettorali che spingono a privilegiare il consenso immediato. E il consenso immediato raramente premia decisioni i cui benefici matureranno fra dieci o vent’anni. Assecondare gli elettori è diventato più conveniente che fare i loro interessi. E i media seguono il mainstream.

Il New York Times sottolinea la crescita dei movimenti euroscettici, soprattutto in Francia e Germania, quasi a indicare un ulteriore ostacolo al progetto canadese. Ma siamo sicuri di aver compreso il rapporto fra cause ed effetti? Quanto dello scetticismo verso l’Europa nasce proprio dalla percezione di un’Unione capace di regolamentare qualsiasi dettaglio della nostra vita, ma assai meno efficace quando si tratta di assumere decisioni strategiche nell’interesse dei cittadini? Un’alleanza ambiziosa e concreta con il Canada potrebbe rappresentare una risposta formidabile a questo scetticismo. Dimostrerebbe che l’Europa sa riconoscere le opportunità, assumersi responsabilità e produrre risultati. E forse toglierebbe anche qualche argomento a chi ne contesta continuamente l’utilità.

Ma c’è un punto ancora più importante. La questione non riguarda soltanto la possibilità di costruire un’alleanza strategica con il Canada, ma soprattutto come e quando realizzarla. Il come significa la profondità dell’integrazione economica, industriale, energetica, tecnologica e della difesa. La capacità di costruire un’alleanza che abbia effetti concreti sulla competitività, sulla sicurezza e sull’autonomia strategica dei due partner. Il quando è forse ancora più importante. Carney ha compreso che gli equilibri del mondo stanno cambiando con una velocità che non concede il lusso delle nostre tradizionali esitazioni. E soprattutto ha compreso, come osserva un economista canadese citato dal New York Times, che la partita è assai più grande della semplice diversificazione commerciale poiché riguarda la possibilità di costruire alternative credibili agli attuali rapporti di dipendenza.

Le opportunità geopolitiche hanno una finestra temporale; e quando si chiude, difficilmente si riapre alle stesse condizioni. Perché portare del cibo a qualcuno che sta morendo di fame quando è già morto, dopo aver trascorso settimane a discutere del menu e delle posate da utilizzare, difficilmente può essere considerata una buona soluzione. Ecco perché la vicenda canadese dovrebbe essere in cima all’agenda politica europea, indipendentemente dalle appartenenze di partito. Sarebbe davvero paradossale se Donald Trump, con le sue decisioni impulsive e la sua ostilità verso gli alleati storici, avesse involontariamente offerto all’Europa l’occasione di ritrovare una propria leadership e fossero poi gli europei a lasciarsela sfuggire. Trump rischia di diventare, suo malgrado, il più efficace promotore di una nuova alleanza occidentale. Un risultato che probabilmente non aveva previsto e che difficilmente apprezzerebbe.

Ma perché questa opportunità produca risultati occorre che l’Europa dimostri di saper finalmente coniugare visione strategica e capacità di esecuzione. Ricordando che la storia non giudica le intenzioni, la correttezza delle procedure o l’eleganza dei compromessi diplomatici, ma le conseguenze delle decisioni. E soprattutto di quelle che non sono state prese quando era ancora possibile farlo.

Parere personale, naturalmente.

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