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domenica 8 novembre 2026

Prospettive Future

Veneto

Il Veneto è primo nel vino. Ed è quello che perde di più

Veneto: prima regione per export di vino e quella che perde di più. Nel primo semestre 2026 ha spedito all’estero 1,3 miliardi di euro, -8,4% rispetto al 2025. L’Italia intera è a -6,2%, 3,6 miliardi. Gli Stati Uniti, primo mercato, sono crollati del 14,1%. Nelle cantine venete, al 30 settembre, c’erano già 10,2 milioni di ettolitri di vino, un quarto dello stock nazionale. Il Prosecco tiene. Il resto no.

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Rigogliosi grappoli d'uvaMiquel Rosselló Calafell

Nel primo semestre 2026 l’export del Veneto è salito del 4,1%, a 41,7 miliardi. Il vino no. È sceso dell’8,4%, a 1,3 miliardi. La regione resta la prima in Italia per valore esportato di vino, con un margine netto su Piemonte (567 milioni, +2,4%) e Toscana (-7,4%). Le tre regioni insieme fanno 2,4 miliardi, il 67% dell’export italiano. Il Veneto pesa da solo più di un terzo del totale nazionale. E sta perdendo di più delle altre.

Il dato non è solo di valore. In Italia i litri esportati sono scesi del 4%, il prezzo medio del 2,3%. Si vende meno e si vende più basso. Negli Stati Uniti il prezzo è sceso del 7,8%. Nove dei primi dieci mercati sono in calo. L’unica eccezione citata da Unione italiana vini è la Russia, +15,7%. Gli Stati Uniti chiudono il semestre a 849 milioni, -14,1%. Germania 534 milioni, -6,8%. Regno Unito 346 milioni, -6,6%. Fuori dall’Ue il calo è del 7,5%. Dentro è del 4,2%.

A luglio le spedizioni verso gli Stati Uniti sono rimbalzate del 10% a valore. Il buco dei primi sette mesi si è ridotto intorno all’11%. Uiv ha detto che è presto per parlare di inversione. Il rimbalzo non cancella il semestre. Lo alleggerisce.

Prosecco tiene, il fermo no

Gli spumanti italiani hanno chiuso il semestre a circa un miliardo di euro, +0,4%. Volumi stabili. Il Prosecco Dop fa da solo 825 milioni, l’82% degli spumanti, e perde solo l’1,3%. Negli Stati Uniti il Prosecco è a -7,2%, molto meno del vino nel suo complesso. È la locomotiva che rallenta meno.

Il resto no. I vini fermi imbottigliati perdono l’8,9%. I rossi -9,3%, i bianchi -7%. Il Veneto produce entrambe le cose: Prosecco da una parte, Valpolicella, Soave e Pinot Grigio delle Venezie dall’altra. Il -8,4% regionale dice che le bollicine non bastano a compensare il fermo. È il punto che i titoli sul «Prosecco che tiene» non dicono. Il Prosecco tiene. Il Veneto del vino no.

Anche la Cina, tanto citata in questi giorni, va letta con i numeri. Il Prosecco Doc in Cina è salito di oltre il 30% nel semestre. Sono circa un milione di bottiglie l’anno. Lo 0,2% dell’export globale della denominazione. Non è un mercato. È un segnale. Il Consorzio ha fatto masterclass a Pechino con cento studenti. È utile. Non sposta il saldo.

Le cantine sono già piene

Il problema non è solo l’export. Al 30 settembre 2026 le cantine italiane avevano 41,2 milioni di ettolitri di vino, +14,2% rispetto a un anno prima. A questi si aggiungono mosti e vino nuovo in fermentazione. Il totale di «scorte liquide» supera i 62 milioni di ettolitri. La produzione stimata per il 2026 è intorno ai 41 milioni. In pratica c’è già in cantina un’intera vendemmia, e ne sta arrivando un’altra.

Il Veneto concentra il 24,9% delle giacenze nazionali: 10,2 milioni di ettolitri. Treviso da sola ne ha 4,6 milioni, l’11,2% dell’Italia. Verona 3,5 milioni, l’8,5%. Le due province venete tengono un quinto dello stock italiano. Non è un dettaglio geografico. È la geografia del problema.

Alcune cantine stanno ritardando l’imbottigliamento. Vetro, tappi, etichette e magazzino costano. Se la domanda è debole, quel costo resta fermo per mesi. Lasciare il vino in serbatoio sposta la spesa. Non la cancella. In Piemonte la Regione ha stanziato 1,5 milioni per dirottare Doc e Docg invenduti verso aceto o usi industriali, circa 40 euro all’ettolitro. È una misura di emergenza. Dice quanto il problema sia già operativo.

Il Pinot Grigio taglia le rese

Il Consorzio Doc Delle Venezie, che copre Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino, ha ridotto la resa massima del Pinot Grigio per la vendemmia 2026 da 180 a 160 quintali per ettaro. Di questi, 30 vanno in stoccaggio amministrativo. La quota liberamente utilizzabile è di 130 quintali. La denominazione ha circa 27.000 ettari e produce l’equivalente di 230 milioni di bottiglie. È l’85% del Pinot Grigio italiano e il 43% di quello mondiale.

Non è un aggiustamento tecnico. È un tentativo di non aggiungere altra offerta a un mercato che già non assorbe. Il Pinot Grigio delle Venezie è il primo bianco fermo italiano all’export. Quando si taglia la resa del primo bianco fermo italiano, non si sta gestendo un’annata. Si sta cercando di non far crollare il prezzo.

In Valpolicella il presidente del Consorzio, Christian Marchesini, ha parlato di speculazione sulle uve. Le quotazioni sono scese sotto i livelli che la denominazione considera corretti. Il calo dell’imbottigliato è contenuto. Il prezzo dell’uva no. Quando il prezzo dell’uva scende e le cantine sono piene, il problema non è più solo di mercato estero. È di filiera.

Dazi e Mercosur: perché gli Stati Uniti comprano di meno

Il -14,1% degli Stati Uniti non è solo domanda. È anche dazio. Da aprile 2025 ad aprile 2026 il vino italiano ha pagato tariffe negli Usa per circa 180 milioni di euro, secondo la stima di Federvini. Uiv ha parlato di un impatto potenziale di oltre 300 milioni. Il vino è rimasto fuori dalle esenzioni. Coldiretti e Filiera Italia hanno chiesto al governo di escluderlo, insieme a olio e pecorino. Non è successo. Il prezzo medio dei vini fermi italiani negli Stati Uniti è sceso da 6,55 a 5,07 euro al litro in un anno. Le cantine hanno assorbito parte del costo per non perdere scaffale. Il Veneto, che vende tanto e a prezzo medio, è tra i più esposti.

La risposta politica è stata il Mercosur. L’accordo è in vigore in via provvisoria dal 1° maggio 2026. L’Italia ha votato sì, ed è stato decisivo. Uiv, in una lettera a Meloni, Tajani e Lollobrigida, lo ha definito strategico proprio perché il 60% dell’export di vino italiano si concentra su cinque mercati. L’intesa abbatte i dazi (oggi fino al 27% sui fermi e 35% sugli spumanti in Brasile) e tutela 57 indicazioni geografiche italiane, tra cui Prosecco, Valpolicella e Soave. Nel semestre l’export veneto verso il Mercosur è salito del 13%, e del 19% nel solo secondo trimestre. Bitonci lo cita come direzione su cui investire.

È un’operazione di diversificazione, non un sostituto. Il Mercosur cresce su basi piccole. Gli Stati Uniti restano il primo mercato. Il governo ha scelto di aprire un fronte nuovo invece di chiudere quello vecchio. Per un Veneto che ha costruito il suo vino sull’abitudine americana, è una scommessa politica più che un piano industriale.

Conclusione

Il Veneto del vino ha un problema di successo. Ha costruito un modello che vende tanto, a prezzi medi, su mercati ricchi. Quel modello funziona finché quei mercati comprano. Quando gli Stati Uniti calano del 14% — in parte perché la domanda è ferma, in parte perché il dazio ha alzato il prezzo e le cantine hanno dovuto abbassare i listini per restare a scaffale — non c’è un altro posto dove spostare 1,3 miliardi in sei mesi. Il Mercosur cresce. La Cina del Prosecco cresce. Sono percentuali su basi piccole. Non compensano.

Il dato che i comunicati non mettono in prima pagina è questo: l’export regionale cresce perché crescono navi, metalli e calzature. Il prodotto con cui il Veneto è più identificato all’estero va nella direzione opposta. E mentre l’export cala, le cantine di Treviso e Verona sono già piene. Non è una crisi di qualità. È una crisi di volume. Si è prodotto per un mercato che stava crescendo. Quel mercato si è fermato, e il dazio lo ha reso più caro. Le bottiglie no.

Tagliare le rese, ritardare l’imbottigliamento, dirottare il vino invenduto sono misure difensive. Servono. Non risolvono. Il Veneto ha costruito la sua forza sul vino che si beve spesso, non su quello che si beve una volta all’anno. Quando il consumo frequente si contrae e il prezzo sale per effetto del dazio, quella forza diventa un peso. Il Prosecco tiene perché è ancora festa. Il resto no, perché è diventato abitudine. E le abitudini, quando costano di più e si beve di meno, si cambiano. Il governo ha puntato sul Mercosur per aprire un’uscita. L’uscita, per ora, è stretta.

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