Tracciare la pelle per raccontarne il valore
La pelle costa di più all’acquisto ma nelle prove di laboratorio resiste più a lungo della similpelle, e nasce da uno scarto alimentare. Nella Valle del Chiampo, il più grande distretto conciario italiano, tracciabilità, ricerca e nuove generazioni possono trasformare la crisi in un’occasione.

Quando si confronta un divano, una borsa o un paio di scarpe in pelle con l’equivalente in similpelle, il primo dato che salta all’occhio è il prezzo. La similpelle in genere costa meno, perché è prodotta in serie depositando strati di plastica su un supporto di tessuto o di carta. Il conto però cambia se si guarda a quanto dura un oggetto, oltre a quanto lo si paga il giorno dell’acquisto.
Nel 2021 uno studio dell’istituto tedesco FILK, rilanciato da UNIC, ha confrontato la pelle con nove materiali venduti come alternativi, rilevando che la pelle resta superiore nella resistenza alla flessione e allo strappo e nella traspirabilità, e che un noto materiale "di cactus" conteneva il 65% di poliuretano. Le prove pubblicate dalla Stazione Sperimentale per l’Industria delle Pelli nel luglio 2026 confermano la pelle come riferimento per resistenza e durata, pur ricordando che la scelta del materiale dipende dall’uso e dall’intero ciclo di vita. Un prodotto che dura di più si sostituisce meno spesso, e alla lunga può costare meno.
C’è poi la questione di dove vanno a finire questi materiali. La similpelle deriva da materie prime fossili e, quando si consuma, si sfoglia o viene buttata, lascia nell’ambiente plastica che si degrada molto lentamente. Una tesi di laurea magistrale dell’Università di Padova, dedicata alle microparticelle di poliuretano rilasciate dalle suole delle scarpe da trekking, mostra che questo polimero, lo stesso di molte similpelli, può essere trasportato da pioggia, vento e corsi d’acqua fino al mare e restare nell’ambiente per anni. La pelle, al contrario, è un materiale di origine naturale, che si può curare e riparare e che invecchia senza perdere valore.
Uno scarto che diventa valore
L’altro elemento che spesso sfugge è l’origine della materia prima. Secondo il rapporto di sostenibilità di UNIC, oltre il 99% delle pelli lavorate proviene dall’industria alimentare, e secondo i dati del dipartimento dell’agricoltura statunitense ripresi da Leather Naturally, un’organizzazione di promozione del settore, la pelle vale appena il 3-4% del valore dell’animale, troppo poco per giustificare un allevamento destinato solo a lei. Se le concerie non le recuperassero, come ha dichiarato nel 2023 l’allora presidente di UNIC Fabrizio Nuti, circa 8 milioni di tonnellate di pelli all’anno dovrebbero essere bruciate o smaltite in discarica.
Non significa che la concia sia priva di problemi, perché l’uso del cromo, la depurazione delle acque e la gestione dei fanghi restano temi aperti. Proprio per questo il settore ha bisogno di dimostrare con i dati ciò che afferma, in un momento in cui, secondo UNIC, ha chiuso il 2025 con il valore della produzione in calo del 5,8% e l’export in calo del 5%. Raccontare bene il proprio valore, oggi, è anche una questione di sopravvivenza economica.
La Valle del Chiampo
Tutto questo riguarda da vicino la Valle del Chiampo, dove attorno ad Arzignano si concentra il più grande dei distretti conciari italiani, come ricorda Il Sole 24 Ore. Le difficoltà sono arrivate anche qui: il protocollo d’intesa sulla filiera della pelle proposto dalla Regione Veneto per il triennio 2024-2026 ricorda che nel 2023 le esportazioni del Distretto Veneto della Pelle sono calate di circa il 9% e che il ricorso alla cassa integrazione ordinaria è cresciuto di oltre il 50%.
Il distretto, però, ha anche una lunga storia di soluzioni collettive. I reflui delle concerie della valle confluiscono nel depuratore consortile di Arzignano gestito da Acque del Chiampo, che secondo i dati presentati nel 2017 trattava circa 30.000 metri cubi al giorno di acque industriali provenienti da oltre cento concerie fra Arzignano, Chiampo e Montorso. Oggi la stessa società partecipa con il CNR e l’Università Ca' Foscari al progetto regionale REWASTER, che punta a ridurre gli inquinanti dei reflui e a riutilizzare gli scarti solidi, mentre la Stazione Sperimentale sta attivando nel distretto un Dimostratore Tecnologico Ambientale per studiare il recupero di scarti e reflui con il supporto delle aziende meccaniche locali. Dal settembre 2025, inoltre, Arzignano ospita il MILE, il primo museo italiano dedicato alla pelle, promosso dal Distretto Veneto della Pelle e da Acque del Chiampo.
La tracciabilità come risposta
La tracciabilità permette di trasformare queste affermazioni in prove verificabili. Sapere da dove arriva una pelle, dove è stata lavorata e con quale impatto significa poter rispondere con i fatti a chi dubita della sostenibilità del settore, oltre che proteggere il Made in Italy dalle contraffazioni.
Il tema è diventato politico con il regolamento europeo sulla deforestazione, noto come EUDR. Il 13 luglio 2026 la Commissione europea ha adottato l’atto delegato che esclude la pelle bovina dal suo campo di applicazione, riconoscendone, come ha riportato La Nazione, la natura di sottoprodotto. Organizzazioni come WWF, ClientEarth e Human Rights Watch hanno contestato la scelta, giudicando incoerente, secondo Rinnovabili, vietare la carne di un bovino allevato su terreni deforestati e lasciare libera la pelle dello stesso animale. L’esclusione, quindi, non chiude la partita, perché marchi e consumatori continueranno a chiedere trasparenza, e chi saprà offrirla volontariamente avrà un vantaggio competitivo.
Gli strumenti, del resto, esistono già. La Stazione Sperimentale ricorda che certificazioni come ICEC documentano la tracciabilità delle pelli e il loro legame con l’industria alimentare, e che potranno alimentare il passaporto digitale dei prodotti che l’Unione europea sta introducendo, un obbligo che secondo StartupNews Italia sta già aprendo un grande mercato per le soluzioni di tracciabilità. Nel campo della pelle si muove, per esempio, Tracciami, un sistema brevettato nato all’Università del Salento che prima della concia inserisce nel pellame microparticelle invisibili, associate a un codice univoco che accompagna il pezzo lungo tutta la filiera.
Le opportunità dell’area vicentina
Anche il territorio si sta muovendo in questa direzione. Lo stesso protocollo regionale propone per la pelle del distretto un marchio di provenienza e tracciabilità, con disciplinari condivisi e controlli misurabili, in linea con il nuovo regolamento europeo sulle indicazioni geografiche dei prodotti artigianali e industriali, e prevede una certificazione ESG sia per le singole aziende sia per l’intero distretto. Sarebbe un modo per trasformare l’origine vicentina della pelle in una garanzia verificabile, oltre che in un valore di immagine.
Accanto alla tracciabilità cresce la ricerca sui materiali, con progetti come SOLARIS, guidato dalla Stazione Sperimentale con fondi PNRR, che coinvolge oltre 55 ricercatori nello sviluppo di pelli che integrano scarti agroalimentari, tessili e conciari.
Il ruolo dei giovani
Tutto questo richiede competenze che in molte concerie oggi mancano, e il problema è anche demografico. Secondo il protocollo regionale, nel distretto il 47% dei lavoratori ha più di 45 anni e il 22,3% più di 55, mentre le imprese faticano ad attrarre giovani anche a causa di pregiudizi storici sul lavoro in conceria. Le competenze più richieste, dalla chimica conciaria alla sostenibilità, dalle certificazioni alla digitalizzazione, sono però proprio quelle in cui un giovane può portare idee nuove, perché chi è cresciuto con il digitale vede possibilità che a chi lavora da trent’anni nello stesso modo possono sfuggire.
Il territorio ha già alcuni strumenti. Ad Arzignano il corso biennale ITS Green Leather Manager della Fondazione ITS Cosmo, nato nel 2017 con il Distretto Veneto della Pelle e premiato dall’Unione europea nel 2020, nel 2023 aveva già portato 89 studenti al diploma, mentre presso l’istituto Galilei operano il Politecnico del Cuoio e la conceria sperimentale della Stazione Sperimentale. Il passo successivo è dare a questi ragazzi spazio reale nelle aziende, con progetti propri, e creare occasioni di incontro fra concerie, startup e università. Un giovane tecnico che conosce sia la chimica della concia sia gli strumenti digitali può diventare il ponte fra due mondi che oggi faticano a parlarsi.
Di cosa stiamo parlando
Alla fine la questione è più semplice di quanto il dibattito lasci credere. La pelle nasce da uno scarto che esisterebbe comunque, costa un po' di più oggi ma resiste di più nel tempo, mentre la similpelle costa meno all’inizio, si consuma prima e può lasciare nell’acqua e nel suolo plastica che resta per anni. Scegliere la pelle può significare spendere meno e disperdere meno plastica nell’ambiente.
Perché questo valore venga riconosciuto, però, non basta affermarlo. Servono tracciabilità, dati trasparenti e il coraggio di affrontare anche i problemi ancora aperti, e servono giovani che portino nella Valle del Chiampo strumenti e idee nuove. Il distretto ha già molti degli ingredienti necessari, dal depuratore consortile alla conceria sperimentale, dalla formazione ITS al progetto di un marchio di provenienza. Se saprà metterli a sistema, la crisi di oggi potrà diventare l’occasione per mostrare che un materiale antico può essere anche uno dei più moderni.
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