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domenica 8 novembre 2026

Prospettive Future

Sanità, la riforma della medicina generale in Veneto

Medici di famiglia, arrivano i giovani?

Dal 2027 i medici di famiglia veneti lavoreranno nelle Aggregazioni funzionali territoriali, sostenute da 30 milioni del bilancio regionale. L’impianto ci convince, e il concorso di ottobre suggerisce che il raddoppio delle borse di studio sta riportando i giovani verso la professione: per coprire le zone rimaste senza medico, quell’investimento va ora reso stabile e allargato.

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Gino Gerosa, Assessore Sanità e Sociale della Regione del Veneto
Gino Gerosa, Assessore Sanità e Sociale della Regione del Veneto
«L’intesa punta a valorizzare tutte le professionalità e il patrimonio di esperienza che fino ad oggi è stato impiegato nelle Medicine di Gruppo Integrate e Semplici»

La rete regge se arrivano i giovani

Il 21 ottobre, per la prima volta da quando la Regione ne confronta i dati, i medici che si sono presentati in Veneto alla prova di ammissione al corso di formazione in medicina generale, il percorso triennale obbligatorio per chi vuole diventare medico di famiglia, sono stati più dei posti disponibili: 204 candidati per 191 borse. Negli anni precedenti era accaduto il contrario, e in modo vistoso, se si pensa che per il triennio 2024-2027 i posti erano 248 e i presenti appena 146. Il dato è arrivato pochi giorni prima che la Giunta approvasse il bilancio di previsione 2027-2029, che destina 30 milioni di euro alla riforma della medicina territoriale, e conviene leggere le due notizie insieme, perché affrontano lo stesso problema da due lati: come organizzare il lavoro dei medici di famiglia e come fare in modo che ce ne siano abbastanza.

Che cosa cambia con le AFT

La risposta sul primo versante si chiama Aggregazione funzionale territoriale, o AFT. Sono reti che riuniscono i medici di famiglia di una stessa zona, previste dall’accordo nazionale che regola la professione, all’interno delle quali i medici condividono obiettivi di cura, fasce orarie e personale, in modo che un paziente possa essere assistito anche quando il proprio medico non è in ambulatorio. Il Veneto parte avvantaggiato, perché da oltre dieci anni sperimenta le medicine di gruppo integrate, studi associati nei quali più medici lavorano insieme a infermieri e collaboratori amministrativi, e la riforma ne estende il modello all’intero territorio regionale. Dal 1° gennaio, ha annunciato l’assessore alla Sanità Gino Gerosa, il personale di studio sarà pagato con una quota capitaria, cioè una somma fissa per ciascun assistito, uguale in tutta la regione, mentre oggi le condizioni cambiano perfino all’interno della stessa Ulss. L’accordo con i sindacati è ancora in discussione, e il segretario regionale della Fimmg Enrico Peterle ha chiesto criteri comuni capaci di adattarsi alle città come ai piccoli comuni, alla montagna come alla laguna. È un’impostazione che condividiamo, perché garantisce a chi vive in un paese di valle gli stessi percorsi di cura di chi abita in città e offre ai medici l’organizzazione che la professione chiede da tempo.

I medici che mancano

Un’organizzazione, per quanto ben costruita, può distribuire meglio soltanto il lavoro dei medici che ci sono. Secondo la delibera approvata dalla Giunta a luglio, ogni anno appena il 30 per cento delle zone carenti pubblicate in Veneto trova un medico titolare. Per zona carente si intende un ambito territoriale che, in base al numero degli abitanti, avrebbe bisogno di un medico di famiglia stabile e non ce l’ha: l’assistenza viene comunque garantita dall’Ulss con incarichi provvisori della durata di un anno, in attesa che qualcuno accetti l’incarico definitivo. Nel marzo 2025 la Fondazione Gimbe stimava che in regione mancassero oltre settecento medici di famiglia. Nel Vicentino la carenza si sente anche negli ospedali, tanto che a febbraio la Fp-Cgil ha proclamato lo stato di agitazione nei pronto soccorso dell’Ulss 8 Berica, denunciando il ricorso a medici di cooperative esterne. Le AFT dovrebbero alleggerire proprio i pronto soccorso dagli accessi che potrebbero essere gestiti in ambulatorio, e ci riusciranno nella misura in cui gli ambulatori avranno medici a sufficienza.

Una borsa allineata alle specializzazioni

Sul secondo versante la Regione si è già mossa. Il corso di formazione in medicina generale dura tre anni, si frequenta a tempo pieno e dà diritto a una borsa di studio statale di 11.603 euro lordi l’anno, fissata da un decreto del 2007 e rimasta invariata da allora, mentre chi sceglie una specializzazione ospedaliera riceve un contratto di formazione con una parte fissa di 22.700 euro, alla quale si aggiunge una quota variabile. A parità di laurea, scegliere la medicina di famiglia significava dunque guadagnare per tre anni circa la metà dei colleghi, e la stessa delibera registra che nell’ultimo triennio gli iscritti al corso sono stati appena il 62 per cento delle borse messe a bando. Con il provvedimento di luglio la Giunta ha integrato la borsa con 12.232 euro, portandola a 23.835 euro lordi l’anno, a condizione che il medico in formazione accetti un incarico temporaneo in una zona scoperta e che, ottenuto il diploma, mantenga l’incarico in Veneto per almeno tre anni. Il vincolo ci sembra ragionevole, perché lega il denaro pubblico alla presenza dei medici sul territorio che lo finanzia. Gerosa ha riconosciuto che è presto per trarre conclusioni definitive dal concorso di ottobre, ma la coincidenza tra l’aumento della borsa e il primo saldo positivo fra candidati e posti è difficile da ignorare.

Dove investire adesso

Proprio perché il segnale è incoraggiante, la Regione dovrebbe consolidarlo. L’integrazione è finanziata con 4,5 milioni l’anno per il 2026, il 2027 e il 2028, mentre i medici che hanno appena sostenuto il concorso concluderanno il corso nel 2029, e un neolaureato che deve scegliere tra la medicina generale e una specializzazione ha bisogno di sapere che il compenso promesso il primo anno gli sarà riconosciuto anche il terzo: per questo la misura va resa strutturale nel bilancio regionale. Il numero dei posti, che la Regione stabilisce ogni anno entro i limiti concordati con il ministero della Salute e nell’ambito delle risorse disponibili, può crescere ora che le domande hanno superato l’offerta, e ogni borsa in più si tradurrà, fra tre anni, in un ambulatorio aperto. Va curata, infine, la qualità della formazione, portando i tirocini nelle AFT e nelle medicine di gruppo delle zone carenti, perché un medico che si forma in un comune di valle o di pianura conosce i propri pazienti prima ancora di diventarne il titolare e ha più ragioni per restare. Filippo Anelli, della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, ha definito lungimirante la scelta veneta e ha chiesto al governo di estenderla a tutta Italia; aggiornare la borsa nazionale, ferma da quasi vent’anni, libererebbe le Regioni da un costo che oggi sostengono da sole.

Le AFT offrono ai medici di famiglia del Veneto un’organizzazione costruita su un’esperienza che la regione conosce bene, e il concorso di ottobre lascia pensare che la scelta di pagare meglio chi si forma cominci a dare risultati. Tredici candidati in più dei posti restano però un margine sottile. Per chi a Vicenza o in un paese della provincia aspetta ancora un medico titolare, la riforma si misurerà sui giovani che fra tre anni apriranno uno studio vicino a casa sua.

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