Stranieri in classe, due su tre sono nati qui
Il governo porta in Consiglio dei ministri il limite agli alunni che non parlano italiano. I dati descrivono una scuola in cui cittadinanza e lingua sono ormai due cose diverse, e in cui il vero problema è riuscire a misurare la seconda.

«Il criterio è puramente linguistico. Chi dice il contrario mente sapendo di mentire»
L'annuncio è arrivato da un palco di partito, quello della festa di Gioventù Nazionale, domenica 20 settembre, quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha elencato tre misure: un tetto fissato per legge agli alunni stranieri in ciascuna classe, l'obbligo di imparare l'italiano per i genitori stranieri dei ragazzi con «gravi problemi di inserimento» e il divieto di indossare burqa e niqab a scuola. Tre giorni dopo il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara, da New York, ha precisato che lo strumento sarà un decreto legge, atteso in Consiglio dei ministri il 24 settembre, «perché occorre intervenire subito», e che la norma varrà «da quest'anno» per i nuovi arrivi, senza toccare le classi già formate. La soglia di riferimento è il 30 per cento, la stessa che una circolare della ministra Mariastella Gelmini aveva indicato nel 2010 e che in sedici anni non è mai diventata davvero vincolante.
Alunni stranieri in Italia: due su tre sono nati qui
Per capire di che cosa si discute conviene partire dai numeri che la Fondazione ISMU ha diffuso all'inizio di settembre, relativi all'anno scolastico 2024/25. Gli alunni con cittadinanza non italiana sono 931.323, l'11,6 per cento del totale, con la quota più alta nella scuola primaria, dove raggiungono il 13,7 per cento, e una distribuzione fortemente sbilanciata verso il Centro-Nord: la sola Lombardia ne conta circa 236mila, più di un quarto del totale nazionale, seguita da Emilia-Romagna e Veneto. Il dato più significativo è però un altro, e cioè che il 65,2 per cento di questi ragazzi è nato in Italia, contro il 51,7 per cento di dieci anni fa. Due alunni «stranieri» su tre sono dunque bambini nati nel nostro paese, molti dei quali hanno fatto qui l'intero percorso scolastico a partire dall'infanzia, e che risultano stranieri perché la legge sulla cittadinanza, dopo il fallimento del referendum del giugno 2025 e lo stallo sullo ius scholae, continua a legare il loro status a quello dei genitori.
Decreto scuola e criterio linguistico: quante classi superano il 30%
Il governo sembra consapevole del problema, tanto che Valditara ha voluto chiarire che il criterio del decreto sarà «puramente linguistico», che «chi dice il contrario mente sapendo di mentire» e che l'obiettivo è evitare «le condizioni Alabama anni '50 con classi ghetto». Se il criterio è la lingua e non la cittadinanza, però, i numeri su cui si è costruito il dibattito cambiano radicalmente. Secondo i dati del ministero riferiti al 2022/23, le classi che superano il 30 per cento di alunni con cittadinanza straniera sono circa una su tredici, con una punta del 12,4 per cento nella primaria, mentre secondo l'ISMU nella scuola dell'infanzia la soglia è superata in una sezione su otto; un'elaborazione di Skuola.net che prova a isolare i soli alunni con reali difficoltà linguistiche fa scendere la quota delle classi sopra soglia allo 0,6 per cento. Il decreto dovrà quindi stabilire come si accerta la competenza linguistica di un bambino di sei anni, chi la certifica e con quali strumenti, un punto che finora nessuno ha chiarito e dal quale dipende la portata reale della misura.
Perché la circolare Gelmini del 2010 è rimasta sulla carta
C'è poi una ragione pratica per cui la circolare del 2010 è rimasta sulla carta. Gli alunni stranieri non si distribuiscono a caso, ma seguono la geografia delle abitazioni e del lavoro dei genitori: Milano da sola ne conta oltre 79mila, Roma quasi 64mila, e in alcuni quartieri delle città del Nord la scuola coincide di fatto con il quartiere. Applicare un tetto significa spostare i bambini «in eccedenza» in altri plessi, spesso più lontani, con costi di trasporto che ricadono sui comuni e sulle famiglie e con il rischio di trasferire il problema da una classe all'altra; non a caso la circolare Gelmini prevedeva ampie deroghe, che nella pratica hanno finito per assorbire la regola. Il governo ha annunciato anche 14 milioni di euro per rafforzare l'insegnamento dell'italiano come seconda lingua, una cifra che, se fosse divisa per tutti gli alunni con cittadinanza straniera, varrebbe circa quindici euro a testa, e che andrà misurata sui destinatari effettivi, che il decreto dovrà prima individuare.
Lo scontro politico: Meloni, Schlein e la sfida a Vannacci
Sul piano politico la misura ha prodotto uno scontro immediato. La segretaria del Pd Elly Schlein ha definito «incredibile l'idea di cacciare i bambini stranieri dalle classi» e ha accusato Meloni di voler «rincorrere Vannacci sulla remigrazione», mentre la presidente del Consiglio, difendendo il provvedimento in televisione, ha ricordato che Sergio Mattarella, quando era ministro della Pubblica istruzione tra il 1989 e il 1990, aveva firmato circolari sul tetto agli alunni stranieri. Il Quirinale non ha commentato, ma fonti vicine alla presidenza citate dai giornali hanno fatto notare che tra una circolare di indirizzo e una legge c'è «un abisso», e che quelle circolari erano pensate per favorire l'integrazione. La coincidenza dei tempi ha il suo peso: l'annuncio è arrivato nello stesso fine settimana in cui la Lega si riuniva a Pontida e Roberto Vannacci, con il suo Futuro Nazionale ormai stabilmente sopra il 7 per cento nei sondaggi, parlava a Orvieto, e la scuola è diventata uno dei terreni su cui si gioca la competizione dentro la destra.
Tetto nelle classi, università che attirano studenti stranieri
Resta un contrasto che il dibattito italiano tende a trascurare. Nelle stesse settimane in cui la scuola discute di come limitare la presenza degli stranieri nelle classi, le università si trovano davanti a un'occasione opposta: negli Stati Uniti l'amministrazione Trump ha abolito a luglio il regime che legava la durata dei visti degli studenti internazionali a quella degli studi, e secondo le stime di NAFSA il prossimo anno accademico potrebbe contare 111mila studenti stranieri in meno, con una perdita di 3,4 miliardi di dollari. Gli atenei italiani, che in sei anni hanno più che raddoppiato gli iscritti stranieri fino a 111.566, restano sotto la media dei paesi Ocse e potrebbero intercettare una parte di quel flusso, anche se finora, secondo diversi osservatori, ci sono riusciti meno di Germania e Francia. Il risultato è un paese che prova ad attrarre al Politecnico uno studente di ingegneria di Teheran e che nello stesso momento si interroga su quanti bambini stranieri possano sedere nella stessa prima elementare, senza sapere ancora quanti di loro, nati a Brescia o a Prato, l'italiano lo parlino già.