Sánchez e il voto in Spagna: conta scegliere le battaglie
Pedro Sánchez ha sciolto le Cortes mentre l’opinione pubblica è concentrata sulla casa, un tema che i socialisti ritengono favorevole, e le piazze chiedono risposte. È una delle battaglie che ha scelto. Ma in questi anni ne ha subite altre, e il voto del 29 novembre dirà quali pesano di più.

Il 23 settembre Maricarmen Abascal, 87 anni, è stata sfrattata da una casa del centro di Madrid dove viveva da settant’anni, e dodici giorni dopo il premier Pedro Sánchez ha sciolto le Cortes, il Parlamento spagnolo, convocando le elezioni per il 29 novembre. In mezzo ci sono due decreti sulla casa respinti in aula e una scelta di tempo che a prima vista sorprende. Sánchez ha deciso di andare alle urne mentre l’attenzione è sugli sfratti, un tema che il suo partito considera favorevole, e mentre le piazze chiedono risposte.
È il campo di battaglia che ha scelto per la breve campagna elettorale che attende la Spagna nelle prossime settimane, ma in questi anni altri temi si sono accumulati. Temi che non ha scelto, o che delle sue decisioni sono conseguenza: scandali, una maggioranza fragile, Ceuta, i contrasti con i partner. Il 29 novembre si vedrà quale serie pesa di più.
I decreti e lo scioglimento
Le proteste accese dalla vicenda di Maricarmen hanno spinto il governo ad approvare due decreti-legge, con lo stop agli sfratti fino al 2030, limiti agli acquisti da parte dei fondi e il rinnovo automatico degli affitti. Il 2 ottobre il Congresso dei deputati ha respinto entrambi con i voti del Partito popolare (PP), dell’ultradestra di Vox e di Junts, il partito indipendentista catalano di Puigdemont. Il 5 ottobre Sánchez ha annunciato lo scioglimento e l’anticipazione del voto atteso per il prossimo luglio.
Gli anni delle crisi
La legislatura era nata nel 2023 su un compromesso, i voti di Junts in cambio dell’amnistia per i leader catalani fautori del referendum sull’indipendenza del 2017. Il governo, di minoranza e formato dal Partito socialista (PSOE) e da Sumar, la sinistra radicale alleata, ha dovuto trattare su tutto fino a ottobre 2025, quando Junts gli ha tolto il sostegno.
Poi sono arrivati gli scandali, che hanno toccato la cerchia più vicina al premier: l’ex ministro José Luis Ábalos è stato condannato a giugno a 24 anni e tre mesi per il caso delle mascherine, mentre Santos Cerdán, già numero tre del PSOE, ha lasciato partito e seggio ed è indagato per corruzione e associazione a delinquere. Lo scorso 21 settembre, poi, è stato disposto il processo contro la moglie di Sánchez stesso, Begoña Gómez, per traffico di influenze e malversazione.
A luglio è arrivata Ceuta: tra le 49 e le 70mila persone sono entrate nel territorio spagnolo dal Marocco in pochi giorni, ne è seguito uno scontro con l’Italia sui controlli di frontiera e proteste in tutto il Paese per una reazione del Governo considerata troppo tardiva. Per diversi analisti la gestione della crisi nell’enclave è stata il segnale più evidente dell’isolamento di Madrid in Europa, tra contrasti su difesa, migrazione e Cina.
Anche il fronte sudamericano, area globale i cui legami storici permettono a Madrid un ruolo diplomatico tradizionalmente privilegiato, si è ristretto. Il 4 gennaio, dopo l’attacco americano a Caracas, Sánchez ha firmato con Brasile, Cile, Colombia, Messico e Uruguay una dichiarazione contro l’intervento unilaterale, e in aprile ha ospitato a Barcellona Lula e altri leader progressisti. Da allora il Cile, che aveva firmato con Boric, ha Kast, Milei ha rotto con Lula e in Brasile Flávio Bolsonaro ha chiuso il primo turno in vantaggio. A settembre Vox ha portato a Santiago del Cile il Foro Madrid, con Kast, Milei e politici di 25 Paesi, per la «riconquista dell’Iberoamerica»: sul voto spagnolo pesa poco, ma mostra un asse, quello di Sánchez, che si riduce mentre Vox costruisce la sua rete.
La destra favorita, ma non un monolite
Sánchez ha già sciolto le Camere in momenti difficili, nel 2019 dopo il no dei catalani al bilancio e nel 2023 dopo la sconfitta alle amministrative. Quell’anno il PP arrivò primo con 137 seggi contro 121, ma con Vox si fermò a 170, sotto i 176 necessari, e Sánchez fu rieletto con i voti di Junts.
Oggi la destra parte meglio. A fine settembre i sondaggi danno il PP tra il 32 e il 34 per cento, Vox al 18-19 e il PSOE tra il 25 e il 27. In diversi casi PP e Vox superano i 200 seggi, a fronte dei 176 necessari: il PP è fermo dove era nel 2023, mentre Vox è salita di almeno 6 punti.
Ma la destra non è un blocco unico. Per governare il PP avrà bisogno proprio di Vox, l’unico partito che cresce, e Abascal ha già posto le condizioni, tra le quali l’ormai famigerato tema della «remigrazione». A livello nazionale l’intesa va ancora costruita, e già nel 2024 Vox era uscita dalle giunte regionali dopo uno scontro con il PP sui migranti. Anche la campagna li divide, perché per Abascal la vera emergenza è l’immigrazione e non la casa, mentre il PP risponde che l’emergenza abitativa non si risolve per decreto ma costruendo più case. Alberto Núñez Feijóo, presidente dei popolari, deve fare i conti anche con le spinte dell’area più radicale nel suo stesso partito, a partire dalla presidente della Regione di Madrid, Isabel Díaz Ayuso.
La situazione generale della destra iberica, comunque, ha da tempo abbandonato l’idea di un «cordone sanitario» attorno a Vox e più che quello del veto, si dice in questi giorni a Madrid, il vero tema in discussione è quello del prezzo di un accordo contro cui in pochi scommettono. Un prezzo - utile lezione a Roma e Berlino - le cui ricadute sull’appoggio dell’elettorato di centrodestra restano però ancora incerte.
Perché votare adesso: la scommessa su casa e piazze
A prima vista la mossa sorprende, perché si va alle urne dopo una sconfitta parlamentare, con un governo reduce da anni di scandali e una destra in vantaggio. Il ragionamento dei socialisti potrebbe però essere un altro.
La casa è il tema su cui l’attenzione è concentrata in questi giorni e il PSOE lo considera a proprio favore, anche perché su questo terreno la destra non sembra avere una linea unica. Chi ha votato contro i decreti si è trovato schierato con PP, Vox e Junts. Dopo mesi in cui a dominare il dibattito pubblico sono state le immagini di decine di migliaia di immigrati che prendevano d’assalto i confini del Regno, la dirigenza socialista potrebbe aver visto nella crisi abitativa l’occasione per trasformare il voto in un referendum contro l’asse tra destre e catalanisti: è il copione del 2023, quando Sánchez rimontò agitando lo spettro di Vox, e oggi parla di una scelta tra «retrocedere con l’ultradestra o avanzare».
Dopo le manifestazioni, l’idea sarebbe quella di intercettare una parte del malumore e trasformarlo in voti per chi ha tentato di intervenire e non per chi ha bloccato i decreti. Non a caso, il 6 ottobre, il governo ha riproposto lo scudo anti-sfratti approvando due nuovi decreti, con lievi modifiche, che dovranno essere convalidati entro trenta giorni dalla Diputación Permanente, l’organo di 69 deputati che opera a Cortes sciolte e dove Junts non è rappresentata.
Conta anche il tempo, perché il 29 novembre è la prima data utile e permette di arrivare al voto con le proteste ancora fresche, mentre restare fino a luglio 2027 avrebbe significato governare altri mesi senza una maggioranza stabile.
Cosa guardare da qui al 29 novembre
Da qui al 29 novembre conviene seguire alcuni passaggi. Anzitutto la campagna: se resta sulla casa o scivola su Ceuta, immigrazione e corruzione, e se le piazze si traducono in voti, cosa che finora i sondaggi non mostrano. Poi c'è la convalida dei decreti. Alla Diputación Permanente il sostegno del PNV dovrebbe bastare per il decreto generale, ma i baschi si oppongono al rinnovo automatico degli affitti: se passano, il governo avrà qualcosa di concreto da portare in campagna, altrimenti un'altra sconfitta da spiegare. E si vedrà quanto Abascal alzerà il prezzo con Feijóo.
La scommessa di Sánchez si misura qui: nel capire se scegliere il tema della campagna basti a farne anche il tema del voto.