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sabato 3 ottobre 2026

Prospettive Future

+Europa

+Europa dopo Emma Bonino: intervista a Matteo Hallissey

A ventitré anni Matteo Hallissey guida contemporaneamente Radicali Italiani e +Europa, ma non può ancora candidarsi al Parlamento. Le sue parole, dalla frattura interna sul congresso del partito alla legge elettorale, dal fine vita ai balneari e tassisti.

Matteo Hallissey, presidente di +Europa

Matteo Hallissey ha ventitré anni ed è, per la Costituzione italiana, troppo giovane per sedere in Parlamento. Guida però contemporaneamente due partiti — è presidente di +Europa e di Radicali Italiani — in un momento delicato per entrambi: a poche settimane dalla scomparsa di Emma Bonino, e nel pieno delle frizioni interne a +Europa sulla convocazione di un nuovo congresso. Lo abbiamo intervistato su questo e sui principali temi della stagione politica in corso.

Cosa ha significato per lei la scomparsa di Emma Bonino, e cosa resta della sua eredità nel partito che guida oggi?

La sua scomparsa ha rappresentato la perdita della nostra leader storica, la figura che ha fatto la storia del movimento radicale, capace di portare dentro le istituzioni le nostre idee con rispetto istituzionale e caparbietà — fino ad avere la visione di contribuire a creare la Corte Penale Internazionale.

Diceva sempre che i diritti conquistati sono come una bicicletta: se smetti di pedalare rischi di tornare indietro. Dobbiamo essere bravi oggi a difendere le libertà che esistono già, con la stessa capacità che lei ha avuto di saper aggiornare le istituzioni.

Ha iniziato a fare politica da minorenne, con la raccolta firme per il referendum sul fine vita a 14 anni. A 23 anni è stato il segretario più giovane nella storia della Repubblica. Oggi è presidente di due partiti, ma non può ancora candidarsi al Parlamento. Che effetto fa?

È chiaramente un assurdo italiano potersi candidare solo dai 25 anni in su, sia al Parlamento italiano sia a quello europeo — un divieto che non esiste nella maggioranza dei paesi europei occidentali. Ho avuto la possibilità, fin da giovane, di costruire ruoli importanti grazie a un gruppo di giovani che crede di poter fare, insieme a me, la differenza dentro il mondo radicale, portando avanti un’intera classe dirigente all’avanguardia sui diritti civili e sulle libertà economiche.

A settembre l’Assemblea nazionale di +Europa ha votato 52 a 34 per un congresso anticipato a dicembre, ma 45 membri hanno formalmente contestato la convocazione. Cosa risponde a questi 45 firmatari?

Intanto va chiarito: i 45 firmatari non sono tutti membri dell’Assemblea nazionale — si parla anche di semplici iscritti. Chi ne fa davvero parte è un numero molto più ridotto. Quando la maggioranza dell’Assemblea chiede un congresso, e il collegio di garanzia lo dichiara legittimo, da presidente non potevo fare altro che convocarlo. Chi si oppone fa un atto di ostruzionismo che non fa bene a +Europa. È assurdo: persino Salvini, dopo le vicende interne della Lega, ha scelto un congresso anticipato — e invece a +Europa non si riesce a farlo.

Lei è presidente, Riccardo Magi segretario. Chi decide la linea quando non siete d’accordo? La sua mozione di aprile per un nuovo congresso è stata letta come una sfida alla sua leadership...

Le proposte elettorali vanno fatte congiuntamente da segretario e presidente. Il segretario ha scelto di non convocare più la direzione del partito da mesi, e si è candidato alle primarie senza discuterne internamente — passi, a mio avviso, sbagliati. Quando l’assemblea chiede un congresso anticipato, le cariche dovrebbero darvi seguito. Siamo al quarto anno di segreteria Magi, e il partito non è esploso né elettoralmente né mediaticamente.

Come si posiziona +Europa sulla nuova legge elettorale, con premio di maggioranza al 42% e soglia al 3%? Con quale coalizione pensate di presentarvi?

Spero sia il nostro congresso a deciderlo, anche in base alla legge che sarà effettivamente in vigore. Oggi siamo assolutamente contrari: chiede a chi è fuori dal Parlamento di raccogliere un numero enorme di firme, ed è un obbrobrio a metà tra proporzionale e maggioritario, pensato solo per tenere il centrodestra al governo. Invece di una legge strutturale si procede per convenienza di breve termine — una pratica che spesso non porta fortuna a chi la scrive: penso a quando Berlusconi ne disegnò una per rivincere contro Prodi, e nel 2006 perse comunque.

Il decreto scuola introduce un tetto del 30% di studenti che non parlano italiano nelle classi e vieta burqa e niqab. Le vostre critiche riguardano il principio o le modalità applicative?

Siamo contrari perché è propaganda, un tentativo di inseguire il generale Vannacci, inutile rispetto ai problemi reali: esisteva già una circolare analoga da decenni, ed è difficilmente applicabile. Servirebbero risorse vere per l’integrazione linguistica, non proclami. Le classi miste restano il modello migliore. Il vero problema della scuola italiana è il divario tra i licei e gli istituti tecnici, trattati come scuole di serie B — mentre in paesi come la Germania sono il centro del sistema. Una dicotomia che viene dall’impianto gentiliano e andrebbe superata.

Il Veneto ha appena approvato la propria legge sul fine vita, quarta regione in Italia e prima di centrodestra. Basta, o resta indispensabile una legge nazionale?

Una legge nazionale resta fondamentale: è criminale continuare a far soffrire le persone per propaganda politica, tanto più che anche buona parte dell’elettorato di centrodestra è favorevole. I progetti oggi in Parlamento sono compromessi al ribasso. Nell’attesa — colpevole — è importante che le Regioni si muovano: è significativo che il Veneto l’abbia fatto, e che consiglieri di centrodestra come Jacopo Maltauro di Forza Italia abbiano votato a favore. Dimostra che i diritti della persona non dovrebbero essere appannaggio di una sola parte politica.

Sulla separazione delle carriere lei ha votato sì, mentre Magi ha aperto al sì solo con riserve. Per lei è stato un voto convinto?

Convinto, e ho fatto campagna per il sì perché credo nel merito, anche se poteva essere scritto e comunicato meglio. Il giustizialismo di una parte del centrodestra ha tradito lo spirito della riforma e contribuito a farla bocciare. Ma nel merito ero d’accordo. L’Assemblea di +Europa aveva votato per schierarci apertamente, ma Magi non ha dato seguito a quella delibera, temporeggiando perché personalmente non era d’accordo — e un’indicazione politica degli organi andrebbe rispettata, altrimenti perché esistono?

Balneari e tassisti sono le battaglie che l’hanno resa più nota. A che punto sono, e cosa risponde a chi vi accusa di scontentare intere categorie per principio ideologico?

Non lo facciamo per odio verso una categoria, ma perché l’interesse del cittadino sta nell’avere servizi più efficaci a un costo normale: più spiaggia libera, la possibilità di fare un bagno senza pagare se non si usano le strutture del lido — cose normali ovunque, che in Italia sembrano assurde. Il centrodestra ha scelto di prorogare i bandi fino al 2027, fine legislatura: scelta miope. Siamo alla resa dei conti, ed è probabile che le gare si facciano davvero, in modo equo — e tutti i balneari potranno ripresentarsi.

Tra qualche anno avrà l’età per candidarsi senza restrizioni: come vorrebbe fosse cambiata l’Italia? E cosa direbbe a un ragazzo di 14-15 anni che oggi si affaccia alla politica come ha fatto lei?

Spero in un paese con meno rendite, meno governato da eredità e privilegi — il nostro si basa troppo su questo, con grandi disparità di partenza tra chi ha o meno condizioni favorevoli. Il vero cambiamento è quando puoi sviluppare il tuo talento in modo meritocratico, al di là della famiglia da cui provieni.

I radicali hanno sempre raccontato che se non ti occupi di politica, la politica comunque si occupa di te. È fondamentale dare un contributo a modo proprio: candidandosi a livello locale, o impegnandosi anche solo su una battaglia a cui si tiene. Ci sono tanti modi, online e dal vivo, per far vedere a chi è disilluso che anche l’azione di una singola persona può ottenere cambiamenti enormi.

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